Era sola. La mamma, il medico, il villaggio co' suoi costumi, i suoi giudizi, erano scomparsi; nessun'eco la infastidiva, nessuna voce la irritava. Era ben sola con sè medesima, in faccia alla propria risoluzione, col sentimento tragico della sua grandezza e l'affanno compresso di vere, indeterminate e forse invincibili difficoltà. Si accorgeva che, pure fortificandosi in questa decisione, non guadagnava nulla sul futuro, ma il cuore le si alzava sotto le strette della paura, mentre il pensiero le si spingeva innanzi come un segugio a cercare il nemico. Si esaltò ancora, prese quel no e, considerandolo come lo scrittore rivoltola fra le mani la prima copia del suo primo libro, lo ripetè sonoro ed aggressivo. No era stata l'arma delle sue battaglie sempre perdute, ma dalle quali era uscita sempre illesa, cosicchè nella propria vanitosa erudizione scolastica usava paragonarsi ad Isada, lo spartano, che balzò nudo dal bagno a combattere per le vie di Sparta la splendida ed inutile audacia di Epaminonda.
No! Se quando bambina si affacciò al mondo dal ventre della madre le avessero chiesto: Vuoi entrare? ecco forse il solo no, che non avrebbe pronunziato. Ida amava la vita e, benchè l'avesse sortita in un ambiente ingrato, vi si era abbarbicata colla incontrastabile tenacità di quelle piante selvatiche, che spuntano fra le fessure delle rocce e le allargano.
Era nata trovando un padre, una madre, un fratello. Così piccina la dissero subito incomoda; la mamma le dava mal volentieri il latte e, quando ella piangeva per la fame, la dichiarava la più cattiva delle bambine del mondo. Il padre non la guardava mai senza accusarsi dell'errore di esserle padre, e il fratello di quattro anni aveva già per lei tutto il disprezzo di un primogenito.
Ida era secca e livida. Malattie o patimenti, aveva la pelle già rugosa, orribile in quell'età che i bambini hanno la freschezza dei fiori, e, strano particolare, due bellissime labbra, la meraviglia di tutte le donne che bazzicavano per casa. Ida si era sempre ricordata di questa sua sola bellezza di bambina; quindi un giorno, che la mamma gliene parlava, scappò a dire:
—Era una promessa, la manterrò.
La mamma non le aveva badato; d'altronde non avrebbe capito.
In casa si diceva da tutti che la bambina morirebbe. Molte volte, sospesa alla mammella della madre, Ida avrebbe potuto udirla, se la sua intelligenza ne fosse stata capace, ripetere senza guardarla nemmeno: È un cadavere, il Signore se la prenderà. Poi la mamma chiamava il fratellino, incantevole fanciullo dalla testa bionda, e pazza d'amore si chinava ad inondargli la fronte di baci. La piccina, perdendo così la mammella, piangeva.
—È brutta, mamma!—esclamava Peppino, mezzo ridendo e mezzo rabbrividendo alle boccacce di quel visino sozzo di lagrime e di bava.
—Non è già tua sorella.
Infatti non lo fu lungamente. Un giorno Peppino si ammalò, quell'altro giorno la difterite lo aveva ucciso. Fu un intenso, uno spasimante dolore. Il padre, che aveva concentrato in quella graziosa e fragile vita tutte le speranze della propria, ne rimase per qualche tempo come selvatico; evitava ogni contatto di persona, usciva il mattino di casa alla campagna, e seduto sul parapetto di un ponte, al rezzo di una quercia, alla poca ombra di una siepe, passava tutta la giornata nella torbida fissazione del sogno svanito, per non ritornare a casa che la sera, quasi sempre colle lagrime agli occhi, come se la malinconia del crepuscolo intenerisse la sua disperazione. Era ancora più trasandato negli abiti ed incolto nella barba, mentre la mamma, avendo pianto maggiormente, cominciava già a consolarsi e lavorava per il Gesù bambino dell'arciprete una bella veste di moerro. Poi anche il padre si confortò, ma serbando sempre nell'anima la larga cicatrice di quella morte.