Un sucido odore umano esalava da tutta la camera, l'ombra vi era oleosa, i mobili abbietti.
Una sedia fra la culla ed il letto faceva da comodino, ed aveva sempre un mozzicone di candeliere con dentro un mozzicone di candela per la notte; il sego era colato sulla paglia, incollandovi i zolfanelli sparpagliati, squagliandovisi a macchie fetide di verde rame. Bisognava che fossero ben bassi nella scala degli animali coloro, che potevano amarsi in un simile ambiente; ma nonostante tutto quel ribrezzo una ignobile curiosità la spingeva fatalmente verso il letto. I lenzuoli lanugginosi avevano la nauseante morbidezza delle carni non use ai bagni, e si affondavano in due lunghe buche, entro le quali i corpi degli sposi parevano aver lasciato le loro ombre. Quindi Ida pensava a quei due corpi, di notte, abbracciati, mentre ella dormiva sola nel proprio lettino bianco. Un odore viscoso le penetrava tutti i sensi, un calore, quasi rimasuglio del calore di quei due corpi, le saliva dai materassi per le reni, una scappata lubrica del sarto colla moglie, udita nel giorno, le passava sferzando agli orecchi, una stanchezza morbosa le si aggravava sulle spalle. Quella camera pigliava l'aspetto di un antro, il suo tanfo si mutava in un sito terroso di spelonca, tutti gli altri mobili sparivano, mentre il letto rimasto solo l'attirava talmente, che una volta avea dovuto sdraiarvisi abbracciandolo con le mani distese. Poi il falegname, il sarto, qualcuno dei suoi maestri le si presentavano con un'inesplicabile confidenza, intanto che le vesti le davano incomodi, ai quali non avrebbe saputo trovare un nome, e la scienza del pensiero le si nascondeva volontaria dietro l'ignoranza de' sensi.
Una volta assistette, nella stanza che fungeva da bottega, alla prova di due calzoni, e provò un turpe piacere nella discussione dei loro difetti, trovando strano, ella che si stimava così scettica, che nessuno le badasse. E a poco a poco l'animalità si destava nella sua natura colla sgarbatezza di un avvinazzato. Erano contorsioni e fiatosità, che la soffocavano svanendo, poi subito dopo una grande idea o il morso di una passione la ritornavano la solita Ida dall'intelletto sereno e il cuore sanguinante di orgoglio. A forza di sognare talora perdeva così il senso della realtà, che le pareva impossibile di non essere almeno duchessa e milionaria. Un disprezzo inesauribile le traboccava dal cuore su ogni persona e ogni cosa; disprezzava i poveri e i ricchi, tutti coloro che non la capivano o almeno non la indovinavano, mentre guardandosi allo specchio scopriva tanta evidenza di pensieri e tanta luce di passione nel sorriso dei propri occhi. Davvero che il mondo doveva essere composto d'imbecilli, i quali passavano la vita lavorando per un boccone di pane, come gli asini per una manciata di fieno, ed erano egualmente imbecilli, sebbene più belli, i fortunati che non lavoravano. Ella invece si sentiva degna di tutto, capace di tutto come Napoleone dal lido di S. Elena; ma come il grande, cui idolatrava per la fredda onnipotenza della volontà, era lontana dal mondo, sulla soglia di una prigione aperta, nella smorta solitudine di un oceano senza tempeste.
Povera Ida!
Aveva scritta una bella poesia con questo titolo e poi l'avea stracciata.
L'anno finì, e ritornò al villaggio in apparenza la stessa, ma nello spirito profondamente cangiata. Quindi riprese le antiche abitudini, accompagnando la mamma a messa o a spasso, rispondendo rispettosa a tutte le sue domande, ma in fondo al cuore irridendola. Alle compagne, che le correvano incontro, rese appena un saluto di sussiego e parlò col più elegante italiano; quelle sulle prime risero e si prepararono a canzonarla, ma Ida le imbrogliò con tali complimenti, che la beffa plebea cessò in una attonitaggine di meraviglia. Nullameno scoppiò dopo le spalle più violenta.
Però quel suo contegno superbo e cortese in casa cominciava a trionfare perfino della mamma, la quale, a forza di tagliarsi nell'acutezza di quella ragione, la evitava involontariamente e non facea più certi discorsi e non pronunciava più certe parole.
Spesso un'occhiata della fanciulla bastava a frenarla, ma come la sua non era natura da sollevarsi ad una vita più intelligente, ogni tanto si vendicava di quella soggezione con una scenata eccessiva. Ida si trincerava dietro un'aspra indifferenza, quindi tutto l'impeto di quella collera vi si frangeva come ad una scogliera.
Adesso un altro cielo le si era schiuso.