Dirimpetto alla casa di Ida abitava una famiglia di due donnicciuole, due beghine, che si tenevano un nipote, povero gobbo malaticcio, dalla fisonomia livida e gli occhi verdi ed intelligenti. Le due vecchie zitellone, le quali passavano la vita lavorando dei fiori da chiesa e nelle ore d'ozio ripetendo le orazioni, adoravano quel ragazzo, cui avevano tardi insegnato a leggere e scrivere. Il ragazzo aveva quindici anni. Non conosceva compagni, non usciva quasi mai per il pudore ombroso della sua malattia; ma era amico di un vecchio cane e leggeva dei romanzi.
Le zie, che lo credevano sempre un ragazzo, nella loro ingenuità glie li permettevano siccome giocattoli.
Ida le conosceva appena. Le aveva incontrate più d'una volta nella bottega del sarto, si salutavano, anzi meglio la salutavano rispettosamente dalla finestra; invece conosceva quel ragazzo, e la loro conoscenza era nata di compassione. La fanciulla, che soffriva per il fermento delle vergini forze, si era impietosita allo spettacolo di quel povero ragazzo colle spalle nelle orecchie e le gambe contorte da uno scherzo feroce, lì sul margine dell'esistenza come un rifiuto immondo all'uscio di un'osteria.
Questa ultima immagine le tornava spesso nella mente come una insolenza contro la natura.
Il gobbo, comprendendo forse per l'arcana intuizione degli infelici la potente malinconia di quella testa, guardava sempre alla finestra di Ida, aspettando che ne cadesse uno sguardo o un sorriso. I loro più lunghi discorsi non aveano durato più di tre minuti, senza maggiore significato di un'elemosina che ella gli gettasse o di un gioco che la divertisse; nullameno, dacchè il gobbo stava tuttodì alla finestra, qualche cosa era passato fra di loro. Ida veniva più spesso al davanzale e vi si fermava col libro in mano, mentre l'altro, fingendo di ruzzare colle orecchie del cane, sbirciava in alto. Ma i loro sguardi s'incontravano, e dall'urto degli sguardi sprizzavano scintille di pensieri comuni. Nella fatica delle proprie febbri Ida più di una volta, addossata alla finestra, aveva avventato sul ragazzo la fiamma tigrina della propria pupilla. Ma sebbene per la età e per la sua natura fosse già iniziato a tutti i vizi dell'adolescenza, indietreggiava sotto quelle occhiate, egli che non potendo avere aspirazioni, aveva tutte le ritrosie e tutti i timori di una deformità.
Ella lo discuteva.
Una mattina le zie lo mandarono dal sarto per certa seta. Ida, in quel momento a discorrere coi padroni di casa, gli aperse la porta. Il ragazzo impallidì e si turbò talmente, che incespicando cadde. Ella lo prese sotto le ascelle e, sollevandolo robustamente, lo adagiò sopra una poltrona; poi seguitò ad interrogarlo accarezzandolo, quasi che fra loro corresse una immensa differenza di età ed egli fosse davvero un piccino.
Il ragazzo si rinfrancò, espose il suo incarico e rimase qualche minuto ciarlando. Avea la voce dolce, e vi era tanta confusione ne' suoi gesti, che diventavano amabili.
—Non mi dai la mano?—gli chiese Ida gaiamente, vedendolo rizzarsi.
Egli arrossì, ma l'altra comprese, e piegando le gambe per farsi della sua statura: