V.

I suoi esami di quell'anno si chiusero così trionfalmente, che tutti i giornali della città ne parlarono colle frasi più lusinghiere senza che alla fanciulla, già malata del grande orgoglio di autore, battesse il cuore più vivamente. Al villaggio l'ingegnere, che si era ubbriacato una volta di più, leggeva per tutte le bettole gli articoli sopra sua figlia, frammischiandovi molti lamenti verso Geltrude, messa su dall'arciprete contro quell'istruzione delle donne, la quale toglieva loro ogni bontà religiosa e casalinga.

—Vedrete!—aveva detto con sprezzante rammarico il vecchio prete.

Ma per non farsi vedere, Ida aveva ottenuto di passare le vacanze in città e guadagnare così un anno di corso, un nuovo trionfo ed una considerevole economia, perchè la miseria era già entrata in casa. Ida stessa se ne accorgeva ai ritardi della pensione, la quale non arrivava più intera. Ma una volta, avendo chiesto denaro per un abito, il padre le rispose in una lettera piena di dolorosa rettorica che non aveva proprio un soldo.

Ida sanguinò, e non scrisse più.

Invano giunse l'estate ed arroventò i muri delle case; Ida, chiusa ostinatamente nella propria camera, non uscì nemmeno di notte, quando l'aria s'inumidiva e la campagna invitava col mistero delle ombre. Invano l'autunno ebbe le mattinate lucenti e i vespri pallidi di malinconia, giacchè la fanciulla non vi badò, tutta intesa allo studio coll'accanimento di un interno corruccio, fosca in un mutismo di mal augurio.

Ora che la meta si avvicinava, il suo miraggio rutilante di sorrisi come un diadema brillantato si dissolveva, e la meta compariva volgare quanto un banco da lotto.

Allora s'indispettì contro sè medesima. Le parve impossibile di aver tanto studiato per finire in un camerone, dalle pareti bianche, insegnando la grammatica ad una torma stridente di bambini, senza contare più nulla nel mondo e nessuno che si ricordasse più de' suoi esami o del suo ingegno. Il solo pensiero di vivere fra povere donnicciuole, in una povera casetta, vestendo miserabilmente, insudiciandosi in immondi discorsi e in più immondi contatti, le rivoltava il cuore.

Non volle. Nello sdegno di quella rivelazione si cercò inutilmente attorno un aiuto, ma il bel labirinto della sua vita non avea se non un'uscita, la scuola, colle siepi così alte che nemmeno un daino avrebbe potuto saltarle, e forti come quelle degli antichi Galli contro gli eserciti di Cesare.

A giorni si sentiva impazzire.