Allora gettava i libri giurando di uccidersi, ma li ripigliava subito dopo, costretta dal disegno di guadagnare un anno e trovando mal suo grado in loro soltanto un sollievo al suo tormento. Se non che il carattere le peggiorava, si faceva più aspra, rispondeva quasi malamente alla Lucia; le sembrava che la sua camera fosse più povera, il pranzo addirittura disgustoso.
In casa non osavano interrogarla, sopportando fin troppo amaramente il rimprovero dei suo silenzio.
Una notte bruciò il poema sul davanzale della finestra e, come evocata da quelle fiamme dolorose, le parve vedere la figura di Rocco moribondo, coi grandi occhi verdi, in atto di sommessa e desolata preghiera. Il povero gobbo l'amava ancora da morto, ma ella era ancora lì, pallida di feroce inquietudine, colla fronte aggrottata come tante volte nelle brevi notti del loro amore.
Un rimorso addentò il cuore della fanciulla, che sollevò subito la fronte, scuotendola cinicamente in faccia a quella apparizione e mormorando a sè stessa:
—Guai ai deboli!
Eppure si sentiva debole.
A forza di studiare s'accorse che il sorriso di gloria, balenatole su quei primi gradini del tempio, era stato un sarcasmo di riverbero; ella resterebbe fuori colla moltitudine dei chiamati, mentre gli eletti entrerebbero le porte della immortalità fra l'urlo delle ovazioni. George Sand era nel tempio, ma Ida non sarebbe che una maestra, cui tutti potrebbero disprezzare e che guadagnerebbe forse tre lire al giorno come una ricamatrice, e forse per questo un impiegato a cento lire consentirebbe di farle la corte. Quindi abiterebbero un quinto piano, formando una famigliuola, che uscirebbe la domenica coi bambini per mano a passeggiare lungo le mura, beandosi al passaggio di un legno signorile, ma badando bene di non infangarsi il vestito o di non farselo rodere dalla polvere.
—No!—ruggiva la fanciulla colle lagrime agli occhi.
Poi cercava di sognare per consolarsi.