—Perchè no?—interloquì Ida, soffiando col suo sarcasmo su quella leggera ironia;—la più goffa delle imbecillità è forse nell'essere un grand'uomo.

Ma le due giovinette si annoiavano: una smania latente cominciava ad irritarle di essere così fuori del mondo ancora per molti mesi, senza udirne nemmeno gli echi e vederne di notte i fuochi lontani. Jela pensava alle feste, alle toelette da teatro o da ballo, alle passeggiate tra la folla; e a certi momenti le pareva di mancare di tutto.

Entro quell'enorme cornice di verdura, che a forza di riposare la vista la stancava, e quella calma greve come un'afa, il castello diventava più noioso. Dal mattino si aprivano porte e finestre; il conte o partiva per la caccia o si chiudeva nel proprio appartamento al pian terreno; la famiglia non si riuniva se non la sera. Quegli appartamenti così vasti, aereati, colle tappezzerie non meno lucide dei mobili e le dorature ancora fresche, parevano non aver mai appartenuto ad alcuno, siccome negli alberghi, dei quali aveano il lusso impersonale senza la vita tumultuosa del continuo sgombero. Tutte le tende armonizzavano colle pareti, tutti i mobili fra loro e tutti i saloni. Il conte occupava il pian terreno, Jela e Ida due quartierini in una specie di casetta interna agglomerata nel palazzo. Il piano nobile, un rettangolo di saloni infilati, era vuoto dal giorno che la contessa, accortasi di essere mortalmente ammalata, l'avea finita colle feste e coi ricevimenti. Ma dopo la sua morte la Nencia ne aveva assunta specialmente la cura. Quindi nessuna mano vi aveva più turbato l'ordine minuzioso e la regolarità implacabile. Nessun sopramobile si era mosso, nessuna poltrona aveva scivolato sulle ruote, nessuna piega di cortinaggio si era distesa. Le candele dei lampadari, aspettando da vent'anni di essere accese, si erano annerite, il tempo aveva fermato sui caminetti di marmo tutte le pendole dorate. Quegli appartamenti deserti non servivano più che ai vecchi ritratti, immobili nelle pose convenzionali, imbruniti dagli anni in fondo alle loro ombre rapprese.

Dalle larghe finestre la campagna entrava confondendo l'inerte ampiezza del paesaggio alla vuota ampiezza delle stanze, nelle quali la luce sembrava perdere anch'essa la rutilante giovinezza, come la vita vi avea perduto la confusione e la sonorità.

E a poco a poco il pensiero subiva quella smorta influenza. Una noia di luogo abbandonato si addensava in tutto l'ambiente cadendo sull'anima delle fanciulle, coprendovi come sotto uno strato di polvere tutti i floridi desiderii e le bionde passioni. Ma era così lieve che non l'avvertivano, se non quando era già troppo alta.

Jela fuggiva quasi subito, Ida tentava di resistere, cacciandosi attraverso le ruine dei suoi mille mondi, sempre frantumati nel secondo momento della loro creazione: poi le fanciulle si trovavano giù nelle stanze abitate, e la conversazione del conte col curato ricadeva loro addosso come una polvere più grossa e più disgustosa.

—Come mai papà non si annoia?

—Mia cara, dovresti domandarglielo: è un problema, di cui la soluzione può interessarci seriamente.

—Non mi risponderebbe: dimmelo tu.

—Chiedilo piuttosto al curato. Egli ti dirà che la noia del mondo è l'eco della voce di Dio, che ci chiama dal paradiso.