Ma fra quei monti troppo uniformi e quel castello troppo cittadino sorgeva un bosco di elci. Lo si vedeva dal portone, dietro il cortile, aprirsi in un immenso stradone a volta, coi forti rami intrecciati, sotto nudi di foglie. E la sua volta, capace come la navata di un tempio, si allungava mano mano più scura, abbassandosi senza cadere, così che lo stradone parea finire in un antro, e non finiva, e nelle sue ombre il pensiero si ombrava esso pure. Ma lungo l'enorme viale altri se ne staccavano, a portico, come larghe fessure per le quali rideva il cielo e l'anima si alzava un momento. I viali serpeggiavano senza scopo o disegno apparente, avvicinandosi, allontanandosi, incrociandosi come in un labirinto, moltiplicando il bosco con tutti i loro giri e le prospettive imprevedute, i gruppi bizzarri, le vacuità misteriose. Qua e là, fra due alberi, due arbusti improvvisavano una nicchia o una capanna; un sasso su due sassi apprestava un sedile, il suolo oppresso dall'ombra era bruno, nudo, e la poca erba distesavi pareva come calpestata da un piede invisibile. Dagli alberi rampollavano altri alberi, cespugli gigantescamente snaturati, ai quali l'edera si mesceva insinuando per tutti i fori, lungo i forti steli e i tronchi nodosi, su per le forcate muschiose sino alle cime arruffate, i suoi capelli famelici, piovra del bosco, parassita prudente, che non uccide quasi mai per non morire essa medesima. Ma l'edera sempre verde anneriva le bacche solo quando la neve pretendeva di tutto imbiancare. Quindi i viali, ondulando per la pianura, sembravano accerchiare il castello quasi fino sulla strada, o salivano le prime falde del monte assottigliandosi. Il viale diventava viottolo, il viottolo sentiero; le foglie morte lo ingombravano, i cespugli lo attraversavano violentemente coi rami interrompendolo tratto tratto, finchè più in alto, l'erta diventando più erta, il sentiero si stancava. Talvolta però più fortunato o più forte montava ancora, torcendosi a tutti i capricci delle macchiette, infilandosi per tutte le screpolature, sparendo tratto tratto sotto la pelle verde del muschio o spezzandosi in scalini, finchè toccava l'orlo scapigliato d'un largo spazio.

Allora la vista si abbassava sui boschi cedui, sull'altro più profondo, sul palazzo bianco, urtandosi alla ripa opposta del fiume e ripiegandosi per tutta la vallata lunga e stretta, sino alle elci dense come un prato, sotto al quale s'indovinava una vacuità piena di mistero, un silenzio avvolto nell'ombra, una moltitudine di ombre susurranti nel silenzio. Lo sguardo vi si sommergeva col pensiero come dentro un'incognita foresta sottomarina. I viali tendevano tuttavia le loro volte, le gramigne si stiravano nocchiolute ai piedi degli alberi, i rami secchi ingombravano qua e là il terreno, l'edera infittiva la oscurità e intristiva la cupezza, i viali erano muti come gli alberi. Quello era il bosco delle elci e del sonno, che il giorno non poteva interrompere, ma cui gli uccelli giungevano forse a far sorridere i sogni colla nota perlata del loro cinguettìo; un bosco invecchiato nell'ozio di un'inutile vegetazione, nel quale il vento non entrava più del sole, e la luna filtrava appena qualche fantasia notturna. Il sudore viscoso dell'umidità vi gocciolava a tutti i tronchi, mentre la terra arenosa strideva sempre ad ogni più piccola pressione, e gli uccelli folleggianti per quella solitudine di vegetazione, la popolavano di amori spensierati e canori.

Quel bosco era la passione di Ida, che vi si obliava lunghe ore.

Sempre alzata per tempo, faceva toeletta e si andava a chiudere in biblioteca, finchè Jela non venisse a distorla per gli ordinarii sollazzi. Allora traduceva l'Ahasvero di Hamerling, coll'ardore di altre volte, poichè quella vita signorile, veduta dappresso, le aveva già smentiti tutti i lunghi sogni. Il conte era gentile ma nullo, Jela carina ma nulla, il castello comodo ma nullo; il suo lusso era senza raffinatezza come la campagna d'intorno senza varietà.

Però della vita intima del castello, tranne il contatto delle due cameriere e di Giovanni il cavallerizzo, esse non sapevano altro. La vecchia faceva con loro da governante, ma in presenza di Ida non parlava quasi mai, scusandosi astiosamente del non saperlo fare: del che Jela la derideva contraffacendola e colmandola di carezze. Del resto volendole tiranneggiare finiva sempre coll'ubbidirle o per l'amore di Jela o per l'abilità di Ida.

In principio, la sera o la mattina presto, uscivano per lunghe trottate colla Nencia e Giovanni, poi Ida era riuscita a sopprimere la vecchia, a mutare il calesse in un phaeton, che guidava ella stessa sotto la sorveglianza di Giovanni, il quale avrebbe voluto insegnare inutilmente anche a Jela. Ida aveva un occhio e una mano da cocchiere inglese con una temerità da americano. Poi le trottate le annoiarono: l'ultima fu a tiro a quattro, una scommessa di Ida col conte, che ella vinse a stento, ma vinse. Quindi vennero le passeggiate a cavallo, che non finirono più, solamente si fecero più rade; qualche volta, a grande scandalo della Nencia, Ida osava uscire sola senza staffiere. A Jela non lo avrebbero permesso.

Ma le giornate erano lunghe. Jela si rifaceva sui romanzi della mamma di vent'anni fa, Ida studiando finchè suonasse l'ora solenne del pranzo, servito da domestici sempre gallonati, con un lusso principesco e una raffinatezza degna di Brillat Savarin. La sera arrivava il curato per la partita a scopa o al bigliardo. Ida vi si rifiutava quasi sempre, Jela potendolo, e divertendosi un quarto d'ora coll'invariabile imbarazzo del prete. Ma la partita restava spesso a mezzo, il conte parlava di campagna, d'insulsaggini dette le mille volte e che l'altro accettava sempre come nuove, rispondendovi alla sua maniera, così che il conte sapeva già prima la risposta. Una volta Jela glielo disse.

—È un imbecille,—le rispose col suo tono abituale d'indifferenza.

—Però i contadini lo credono un grand'uomo!

—Forse ciò è conciliabile.