—Alla seconda. La prima volta sono caduta.
—Male,—rispose il conte, frenando sulle labbra una risposta meno castigata, perchè Jela ascoltava, ma che Ida indovinò benissimo.
—Sono caduta in piedi,—ribattè sul medesimo tono.
Il conte tornò a guardarla negli occhi, parlando d'altro.
Del resto la vita al castello di Valdiffusa era così noiosa, che Ida si pentiva sovente di averla raccomandata a Jela, sulla proposta del padre, nei primi mesi di mondo, per eludere l'incomodo di tutte le visite e prepararsi meglio all'inverno venturo. Allora erano nel mese di aprile.
Il castello, come lo chiamavano, grosso palazzo di stile cittadino, coi pilastri al portone ed un giardino nel cortile, sorgeva da un largo prato cinto di siepi tosate, ai piedi di un colle, sul quale la sua massa biancastra spiccava pesantemente. Vi si accedeva per un'enorme cancellata di ferro a sei battenti, separata da colonne di pietra culminate da una cimasa di granito, meno le due di mezzo abitate da due leoni, i quali nell'inverno riparavano entro un casotto di legno per eccellenti ragioni d'igiene della pelle. La gente non passava mai senza guardarli con ammirazione, e li chiamava i leoni del signor conte. Erano lo spauracchio di tutti i bambini e una fola per tutte le mamme. Un viale fiancheggiato di oleandri e di limoni, alto su basamenti di pietra, sboccava nel prato dirimpetto al portone, sormontato da una ringhiera a fiori, sui quali o per l'acqua o pel sole si poteva abbassare una tenda bianca, filettata di turchino. Alla facciata, e non v'era altro di ornato, colle finestre incorniciate e divise da magre colonne prese nel muro, cogli abbaini dei solai rotondi e tagliati a croce, il palazzo si sarebbe detto quadro; ma i suoi fianchi si prolungavano nudi, forati da una infinità di vani sino ad un altro muro, che chiudeva il cortile della cavallerizza, colle scuderie, le rimesse e gli alloggi dei servitori.
Dinanzi al castello il prato si rompeva in aiuole incassate da tegole rosse e turchine, piene di fiori e di pianticelle puntute e rotonde, dominate dal getto pretensioso di una fontana, nella cui vasca i soliti pesci variopinti aspettavano dopo pranzo le briciole di Jela di qualche visitatore impacciato del villaggio vicino. Ed erano un'altra meraviglia della villa, quei pesci che ricomparivano sempre come nei paragoni lirici della Bibbia.
Quest'ultima osservazione era del curato.
Il castello si alzava bianco, verniciato, fra quei monti bruni di boschetti cedui e di marroneti, pei quali si scorgevano a quando a quando le case verdognole coi tetti a lastre di fiume. Il paesaggio era ampio e severo. Anche nel mezzogiorno, quando il cielo era terso come uno specchio e il sole fulgente come solamente un sole può fulgere, la vallata non si facea mai allegra. Pochi campi si adagiavano sulla riva sinistra del fiume, le querce asserragliavano i campi, attorno alle querce, oltre le querce salivano i querciuoli, qualche pino, qualche elce, e lungi castagneti. Una frana gettava fra quel bruno il sorriso biancastro del suo galestro, remota remota una vetta si colorava di scialbo azzurro sopra i monti terrigni. Era il regno dei querciuoli denso ed oppressore, nel quale sembrava che le altre erbe ed i fiori non avessero mai potuto penetrare e l'uomo stesso vi fosse rifuggito. Molti armenti vi pascolavano invisibili nel fogliame, non si discernevano strade. La maggiore, la sola veramente degna di questo nome, lambiva il castello, allargandosi devotamente per buon tratto nel passargli davanti, e conduceva al villaggio nascosto dalle svolte, lontano circa tre miglia.
Per essa non transitavano che carbonai, o nell'autunno i carrettieri trasportando i marroni, la prima se non l'unica ricchezza del paese. Tutte le birocce dipinte di rosso avevano la sonagliera; i carbonai, radi conquistatori di quel regno dei querciuoli, erano ancora più neri e più foschi.