—Permettete: oggi si sono incontrati, domani si scontreranno.

—Un duello sulla tastiera?

—Un duello.

—All'ultimo sangue?

—Con una donna... val meglio il primo.

Ida dissimulò la lubrica impertinenza dello scherzo susurrato a bassa voce e, chinando il capo quasi ad un complimento, mutò discorso. Quella giornata passò rapidamente. Il conte Alberto, che conosceva intimamente l'Alidosi, non fece cerimonie e si ritirò. Lo zio propose una passeggiata pel bosco, la magnificenza della villa. Jela era al braccio di Enrico, Ida a quello del duca, ma intanto che la coppia dei fidanzati s'impacciava ogni tanto nel silenzio, egli già tutto allegro di essere il corruttore di una civettuola, doveva tratto tratto indietreggiare ad una risposta, che gli si accendeva dinanzi come un razzo. Naturalmente il duca parlava di donne, di Parigi, donde arrivava da poco, delle grandi signore, della vita facile; se non che provandosi a trascinare il dialogo troppo in basso, la fanciulla, che aveva ascoltato sino allora ridendo, dava una forte strappata, e risaliva anche più in alto.

—È proprio un tipo!—egli ripeteva, colto nel fascino di quella originalità.

Ma cicaleggiando Ida l'interrogò a più riprese sul conte Alidosi. Girarono lungamente pel bosco tutto imbalsamato di viole; quindi il duca parlò della Patti a Parigi nella parte di Violetta, la Dame aux Camélias; aveva pure conosciuto Dumas in un salone.

—Ma Violette non ne ho mai trovato, non ne esistono.

—È una fortuna: sarebbero le donne più ridicole della nostra civiltà.