Ella stessa si sentiva riprendere dallo spavento della tenebra. Quell'altra finestra sarebbe aperta? Non sapeva spiegarsene il perchè, ma credeva di sì per un senso di misterioso rispetto alla morta. Aspettò coll'orecchio teso nel silenzio ascoltando i battiti del proprio cuore.
Un sudore freddo le bagnava la fronte.
Entrò.
La finestra era aperta, nella camera illuminata dal chiarore della notte niente era mutato: rapidamente si diresse al letto dal suo solito canto e cominciò a spogliarsi colle mani tremanti.
Raggomitolata sotto le coperte, come se avesse freddo davvero, si teneva con ambo le mani un lembo del lenzuolo sulla faccia, ma il cuore invece di calmarsi le batteva sempre più precipitosamente. Allora le lagrime cominciarono a caderle per le guance, e un singhiozzo lungo la scosse per tutti i nervi. Qualche cosa le si scioglieva dentro, liberando finalmente la sua anima dal peso ineffabile del silenzio. Ah! come era sola adesso che Tina non le stava più accanto riscaldandola col suo corpo giovane, che d'inverno le si stringeva sempre più presso, talvolta abbracciandola anche nel sogno! Il letto era sempre così. La signora Veronica invece di rifarlo si era contentata di spianarvi sopra quei lenzuoli saturi ancora di tutto il sudore triste dell'ammalata. Ella ne raccapricciò, malgrado l'abitudine oramai vecchia ai sudiciumi della miseria, e seguitò a piangere in un dolore quasi dolce. Tutta la sua tenerezza si effondeva in quel pianto silenzioso, mormorando appena il nome della figlia: Tina, Tina! Non avrebbe voluto altro. Non pensava più all'indomani, non si ricordava più nulla. Invece sentiva sul fianco la sua buca scavata nel pagliericcio, più grande forse di quella lassù nel cimitero. Ella non voleva che Tina, la sola creatura, dalla quale fosse stata amata per sedici anni, anche nei giorni peggiori, quando ella stessa si accorgeva di diventare bisbetica e di trattarla male. Era lei, la mamma, che faceva così, Tina no: la guardava negli occhi abbassando la testa, e poco dopo veniva a tirarla per la sottana con un sorriso. Eppure la povera fanciulla avrebbe avuto il diritto di essere cattiva in quella vita di miseria, senza mai una consolazione. Per quanto adesso ella si credesse infelice, qualche bel giorno lo aveva avuto; ma Tina mai, nè da bimba nè da fanciulla, nemmeno quelle gioie della infanzia che trova dappertutto un sorriso, nemmeno quelle speranze della giovinezza, nelle quali ogni donna sale come dentro un incanto. Ed era morta per darle da mangiare, non c'era più.
—Tina, Tina!—ripeteva colle mani tese nell'ombra della notte primaverile.
Poi si volse disperatamente ed afferrò il cuscino, sul quale era spirata; lo strinse, lo baciò in una smania, che la fece cadere dentro la buca stessa della morta. Diè un balzo d'orrore, e si trovò dall'altro lato, inginocchiata per terra, col cuscino fra le braccia.
—Sono stata io! Tina, Tina, perdonami di averti messa al mondo, perdonami, perdonami!
E questo grido le saliva finalmente dalle labbra con tutta la sua anima di madre, che nello spasimo dell'amore si pentiva di avere dato una creatura al tragico mistero della vita.