Anche il secchio era vuoto.
Una sete l'ardeva; pur sapendo che non vi potevano essere, cercò dappertutto dei fiammiferi e un mozzicone di candela per sottrarsi al buio, nel quale si sentiva troppo sola. Uno per uno i ricordi della vita si erano allontanati nell'ombra della notte, poi la debolezza tornava a fiaccarle le gambe, mettendole nelle reni uno spasimo di arrembatura. Tina era lassù.
Anche nei giorni buoni, quando capiterebbe ancora di cuocere qualche cosa, ella non potrebbe più voltarsi per chiamare sorridendo la fanciulla a mangiare nel medesimo piatto, adesso che erano tutte due egualmente sole. Eppure sotto l'onda di quella tristezza non piangeva. La sua testa smarrita nella nuova solitudine tremava timidamente senza collera, senza nemmeno quel tragico abbacinamento dei grandi dolori, che a poco a poco si obliano nella propria contemplazione, quasi il mondo cessi loro d'intorno. Ella invece ne soffriva ritraendosi dinanzi alle immutabili necessità, che si sarebbero rinnovate domani. L'egoismo della sua natura sofferente da tanti anni si rannicchiava, come d'inverno certi vecchi poveri sotto il vento di tramontana si stringono nei cenci alle porte delle chiese, sentendo l'ultimo calore del sangue risalire verso il cuore; e allora non hanno più la forza di chiedere, mentre qualche cosa si mette a singhiozzare nel fondo delle loro anime. Anche Tina era stata così: la sua giovinezza muta, la sua obbedienza passiva nascondevano una di quelle tragedie incomunicabili, davanti alle quali i cuori più sensibili rimangono sordi.
La fanciulla infatti non aveva mai voluto raccontare che cosa avesse sofferto la prima volta in quella camera della signora Cesarina.
Ma questo pensiero la ricondusse alla necessità di entrare nell'altra stanza.
Che cosa faceva nella cucina? Per guadagnare tempo cercò di passare in rivista le persone, alle quali avrebbe potuto presentarsi l'indomani per chiedere aiuto; e la prima fu la signora Cesarina.
—No, no,—proruppe a bassa voce:—mi farebbe dire senza dubbio di non essere in casa.
Quella donna non aveva cuore, le si vedeva in faccia.
Ma era già all'uscio, rabbrividendo per tutti i nervi come dinanzi a qualche terribile cosa, che dovesse accaderle. Si ricordò che Tina era rimasta per sempre colla bocca spalancata nello sforzo dell'ultimo grido, perchè la signora Veronica chiudendole gli occhi si era dimenticata di stringerle sotto il mento il solito fazzoletto. E al suo cuore di madre questa sensazione si era rinnovata poi dolorosamente, quando dovette accorgersi che le mascelle irrigidite dal freddo della morte non si sarebbero più chiuse.
Una paura inesprimibile le aveva agghiacciato l'anima. La fanciulla, così sottomessa a tutte le violazioni della propria vita, aveva forse tentato di gridare nell'ultimo momento, cogli occhi già pieni di un'ombra immobile.