Intese parlare al di dietro, poi le voci tacquero. Improvvisamente si ricordò quanto quella donna egoista, così abile a vivere della propria miseria, aveva fatto per lei in quel giorno occupandosi di tutto, della colletta, della cassa, uscendo per andare da don Pietro e dalla signora Cesarina, che aveva mandato dieci lire e una corona bianca di narcisi. Era questo il regalo chiesto da Tina per la propria bara. Ma capì che adesso era finita ogni intimità, d'ora innanzi la signora Veronica non avrebbe più alcun motivo d'interessarsi a lei come pel passato quando Tina poteva da un giorno all'altro fare fortuna ripagandole il beneficio. Era così, non doveva essere altrimenti: finchè si ha qualche cosa nella vita, gli altri aiutano, poi si allontanano avendo bisogno, specialmente i poveri, di pensare prima a se stessi.

Lentamente sospinse il proprio uscio.

Per la finestra aperta una luce pallida rischiarava la stanza. La tavola stava nella cucina davanti al focolare, presso quel sofà sgangherato: al di fuori si vedeva un lembo di cielo pieno di stelle in un sereno scuro, e qualche riverbero dei fanali a gas saliva pei muri languidamente. Nel silenzio un passo d'uomo echeggiò dal vicolo allontanandosi: doveva essere poco più che un'ora di notte. Girò per la stanza tastando qualche cosa, quasi a riconoscere gli oggetti, ma una paura e un'ombra le crescevano dentro. Che cosa fare? Sapeva di non avere candela e che non le sarebbe possibile discendere per battere all'uscio di qualcuno: oramai tutti avevano fatto per lei più di quanto dovevano, e domani, sempre, a ogni ritorno, sarebbe così, la stessa sensazione di freddo e di abbandono. Una voce, quasi un grido le salì alla gola, ma lo soffocò con ambo le mani, come tremando che potesse prolungarsi indefinitamente in quel silenzio.

Dov'era Tina?

Nel cimitero lassù, non sapeva altro. Certamente avevano calata la cassa in una fossa comune, fra cadaveri ignoti l'uno all'altro, e se n'erano andati senza nemmeno voltarsi per stendere sulla terra smossa quella corona di narcisi bianchi. Eppure Tina non avrebbe chiesto di più: tutta la sua primavera non aveva avuto altri fiori.

Infatti la fanciulla non amava il lusso e non sentiva quei desiderii voraci, pei quali ella si ricordava di aver sofferto sino in ultimo. Tina ignorava tutto: in altra condizione sarebbe forse vissuta a lungo felice, senza accorgersi che gli uomini esistessero, e invece era morta a sedici anni per colpa loro. Improvvisamente un rancore simile ad una fiamma le montò dall'anima contro quella illusione di fare fortuna essendo più buone o avendo sofferto più delle altre; il sangue le si accese, poi un pensiero anche più triste lo spense tosto: perchè lagnarsi? Non era inutile?

Se in quel momento avesse potuto gridare all'uomo, che pel primo gliela aveva presa: «Mia figlia è morta, sei tu, sei tu che l'hai uccisa!» non le avrebbe egli, già immemore di quel mattino lontano, risposto con un sorriso? Non erano così tutti gli uomini? Non pensano tutti che le donne, rassegnandosi a certe cose, esercitano un mestiere, il quale ha naturalmente i rischi di ogni altro?

Talvolta anche se ne muore, ma la colpa non è di nessuno.

—Ecco tutto!—disse con un amaro sorriso.

La gola le bruciava: quindi si alzò dal canapè per cercare nella madia quel resto di latte, che Tina non aveva voluto bere: non lo trovò.