Egli aveva pranzato fra due tavole occupate da due gruppi abbastanza diversi: a sinistra sei o sette studenti ineleganti ed affamati, villani ed allegri; si vedeva che quel loro magro pranzo di pensione non bastava a tutte le cupidigie dello stomaco giovanile, indarno distratto dal baccano dei discorsi. Certe parole, alcune arie improvvise tradivano un dispetto nell'urto di una qualche difficoltà prevista forse, ma non per questo meno pungente; i coltelli tagliavano le pietanze a pezzetti troppo piccoli, e le pagnottelle sparivano dalla tovaglia con una celerità quasi prestigiosa. Li serviva un vecchio cameriere, lento, bonario, che si piegava sempre con lo stesso sorriso ad ascoltare tutte le domande pei baratti o le porzioni divise fra due o tre studenti, nei quali l'appetito più facilmente ammorzava le pretese della vanità; poi se ne andava traballando con una pila di piatti sulle mani.
All'altro lato si allargava una intera famiglia di provinciali dalle vesti e le mosse sgraziate, ma con quel contegno sicuro della gente ricca, che sa di poter essere a posto dovunque. Lo si capiva specialmente dal viso della madre, una donna secca e giallognola dentro un abito scuro, la quale discorreva col cameriere, un giovanotto biondo, come se avesse già sovra di lui una certa autorità, mentre il marito, più vecchio, grasso e rosso, si preoccupava dei due figli più piccoli per farli mangiare decentemente. Tre ragazze vestite allo stesso modo, di una stoffa sanguigna, tenevano tutto un lato della tavola, guardando nella sala con una curiosità beata e maliziosa; ed erano tutte tre brune, così simiglianti nelle facce rotonde che parevano tre ritratti della stessa persona a non molta distanza di tempo.
Gli studenti, appena notato quel gruppo, avevano subito colla provocatrice iattanza della giovinezza alzato il tono della conversazione, già abbastanza scabra secondo il solito, e le ragazze, incapaci di resistere alla tentazione di voltarsi, ascoltavano coll'aria di parlare fra loro, nascondendo a stento fra le pieghe della bocca un sorriso involontario a certe più vive scappate.
Anch'egli se n'era accorto.
Era un sensale di molte cose, da grano e da vino, da seta e da legna, che gli affari traevano spesso a Firenze per mezza giornata: aveva una statura troppo alta, un corpo allampanato, e nel viso storto due piccoli occhi castani, dentro i quali si accendeva di quando in quando un barlume d'intelligenza. Al vestito, ai modi, gli s'indovinava un'intenzione di eleganza ancora mal sicura ma non senza qualche amabilità; e siccome guadagnava abbastanza e sapeva spendere con una certa giustezza, il suo aspetto poteva in alcuni luoghi, fra gente non troppo fina, ottenergli quel primo involontario rispetto per le persone, che sanno far sentire con garbo la propria superiorità. Così durante il pranzo, pur divertendosi alle intemperanze degli studenti eccitati dal contegno delle tre ragazze e da alcuni trasalimenti nervosi della mamma, aveva abbastanza bene simulato l'indulgente disattenzione di un uomo meglio abituato, non senza provarne in fondo al cuore una vera contentezza di orgoglio. Quegli studenti, nati forse da famiglie più alte della sua e passati oramai per tutta la filiera delle scuole, non apparivano nè più intelligenti, nè gran cosa più signorili di lui; fors'anco i loro studi non li condurrebbero mai all'agiatezza raggiunta da lui in pochi anni.
Infatti la sua giovinezza non superava la loro. Egli toccava forse i ventiquattro anni, ma aveva già corsa tutta l'Italia, passata la frontiera austriaca, parlava non troppo male il francese, era in relazione con molti milionari, poteva citare grossi nomi e grosse cifre con quella trascuranza che stupisce sempre la gente estranea al commercio, e per la quale il danaro non sa scompagnarsi mai da un senso di pena per la difficoltà di guadagnarlo. Quindi aveva largheggiato con se stesso nel pranzo, chiudendolo col caffè, il cognac e un pacco di sigarette: poi, ripreso dalla tovaglia il giornale, lo scorreva distrattamente colla schiena appoggiata al dossale della sedia e la testa arrovesciata sotto il fumo lieve della sigaretta.
Qualcuno lo guardava, le tre ragazze avevano barattato su lui qualche parola.
Poco dopo trasse dal taschino un grosso orologio d'oro e parve consultarlo lungamente; erano le sette e mezzo, il treno per Bologna non partiva che a mezzanotte. Avrebbe potuto, volendo, passare quella notte a Firenze invece di ritornare a Forlì, ma non ne aveva alcun motivo; nel mattino gli era riuscito di vendere cinquecento quintali di grano, comprati da lui stesso a Faenza, e sui quali guadagnava novanta centesimi al quintale. La sua giornata era stata perciò delle migliori; poi nel pomeriggio un grosso mugnaio di Marradi gli aveva parlato di una transazione per una vecchia lite ferroviaria, chiedendo quasi consiglio. Egli s'era offerto senza sapere ancora come la cosa fosse davvero, per il piacere della vanità solleticata dall'importanza di una simile trattativa.
—Che dote avranno queste ragazze?—pensava esaminandole:—Talvolta le provinciali così mal vestite sono più ricche di molte donnine eleganti, che s'incontrano per via Calzaioli, e soprattutto hanno minori esigenze. La loro dote tocca davvero al marito, che non essendo uno sciocco può trarne una fortuna.
Il suo pensiero ondeggiò su questo problema, mentre gli occhi gli correvano per tutta la sala luminosa e rumoreggiante. Notò che nessuna persona veramente distinta vi si trovava: forse egli era il più elegante, capitato per un buon caso a quel tavolo vuoto, ove era stato servito meglio degli altri.