Le sue frasi più cupe possono diventare allegre solamente allargandone o stringendone il tempo, i suoi impeti più diritti piegarsi a qualunque ritornello, perchè nella musica l'efficacia consolatrice deriva appunto dalla sua facilità a subire qualunque alterazione. I suoi motivi nella nostra memoria, come le ombre nel sole, si fanno gravi o leggieri, mentre le figure di un quadro o le parole di una scena resistono invece nella immutabilità della loro espressione. La musica contenta tutti perchè ognuno la riempie di se stesso: non vi è quindi vera differenza fra quella profana e quella sacra. Tutti gli oratorii sulla morte di Cristo sembrerebbero egualmente belli per la morte di Adone, i canti famosi di certi salmi biblici commetterebbero non meno bene molte strofe del Ramayana o altri versetti del Corano: siamo noi, sono le nostre idee poetiche e filosofiche che fanno il loro contenuto. Certamente uno spirito arido di scienziato come il Lalande non avrebbe nella Creazione di Haydn saputo trovare le idee religiose, che questi credeva di avervi messo, mentre uno spirito panteista come Hugo vi avrebbe udito le voci di tutte le mitologie, e un'anima mistica come Gerson non vi avrebbe sentito che l'estasi di una unica adorazione.
Ma se la musica è uno dei bisogni più insaziabili dell'anima, alla quale toglie colla ondulazione dei ritmi e l'indistinto significato delle voci, la coscienza dei limiti, quando l'idea fiammeggia e la passione scoppia, questa brama si muta quasi in ripugnanza. Nelle grandi tragedie la rivelazione è al tempo stesso così profonda e precisa che ogni musica la falserebbe, giacchè, nel momento di spezzarsi la vita, condensa tutti i ricordi in una visione, mentre il cuore si restringe nello sforzo di riunire le speranze dinanzi alla suprema interrogazione del pensiero.
Allora la musica non basta più.
Quali note potrebbero davvero esprimere le ultime due parole di Gesù: Consummatum est?
Quale romanza significare il dolore di Napoleone immobile colle braccia conserte guardando dal lido di Sant'Elena oltre l'Oceano?
E poichè si volle trascinare sul teatro la Bohème di Murger, come avrebbero potuto Puccini e Leoncavallo tradurre quel ritratto così breve e così vivo di Musette: «Ella appena nata domandò certamente uno specchio»? Come pretendere ad una nuova commedia musicale dopo il Barbiere di Siviglia, che nemmeno esso è una commedia, se la musica non può nè ridere nè piangere? Come ridere delle sue figure fatalmente indistinte, mentre il riso non erompe che dalla evidenza di un difetto senza dolore? Nel Barbiere di Siviglia il riso scatta dai lazzi della favola non dai motivi del canto, che vi passa attraverso con una andatura da ballo e la solita prosodia dei recitativi.
Che cosa vi è da capire nella musica? Nulla.
Da sentire? Tutto.
E voi, signora, che ne pensate?
Le donne amano quasi sempre nella musica una poesia, che dispensa dalla azione, una raffinatezza ottenuta senza nè disciplina nè epurazione del pensiero: e così possono credersi superiori alla gente, che si dibatte nella vita come in una tragedia grondante di lagrime e di sangue.