S'incantava nei mari che ondulano, nei fiumi che scorrono, nelle nubi che veleggiano, nei vascelli che salpano, nelle vaporiere che scompaiono: ascoltava le musiche profonde delle foreste e le sommesse cantilene dei laghi: talvolta i versi del suo poeta le passavano fra le memorie, come d'autunno gli uccelli migrano affrettando le ali, sola sopra un cavallo lo avventava ancora in una furia improvvisa di Valchirie, ma il sangue non le balzava più sotto le sferzate del vento, e l'anelito della nobile bestia, la bava bianca del suo morso dispersa nell'aria come una piuma, non le richiamavano più sulle labbra pallide il sorriso della vittoria.
Perchè fuggire?
I vecchi, coloro che rimasero soli, non sanno più dove andare.
Amava il mare, ma non amava il popolo che gli somiglia.
Nata troppo in alto, aveva vissuto sempre tutta chiusa nell'orgoglio della propria originale magnificenza, che la rendeva straniera fra la folla moderna così uniforme e così bassa nella uniformità; ed ella, l'Errante, non vi aveva mai guardato, sentendo dalla sua vastità salire come un brivido la voce delle anime abbandonate.
Così non sapeva forse che altri vi erravano come lei, più poveri e più soli. Non era di costoro quello zingaro che un giorno, senza riconoscerla, lesse nella sua mano la morte prefissale dal destino? Ella sorrise con mesta incredulità al cencioso profeta ricusante la ricca elemosina; ma l'anarca, che compì la profezia piantandole una lima nel cuore coll'impassibile precisione di chi non discute il proprio mandato, non era anch'esso un Errante fra la folla?
Un altro sogno di dolore e di odio rompeva così quel sogno d'amore e di dolore.
Lo sconosciuto, subito arrestato, si chiamava Lucheni. Era italiano, ma nato a Parigi da un uomo e da una donna forse ignoti l'uno all'altra e congiunti da un qualche vizio più urgente della fame: poi la madre lo abbandonò ad un ospizio, che gli diede il pane e le scarpe, insegnandogli a mezzo un mestiere col quale non avrebbe potuto vivere. Appena diventato un ragazzo, l'ospizio gli chiuse dietro le porte per sempre.
Il ragazzo non sapeva dove andare. Ovunque arrivasse, il luogo non mutava: era sempre la stessa diffidenza ad ogni domanda, il medesimo silenzio in tutti gli occhi, ai quali salivano gli appelli de' suoi sguardi stanchi; quando aveva fame, quando aveva freddo, nessuno se ne accorgeva; i poveri lo guardavano anche più duramente dei ricchi, che gli negavano l'elemosina. Ma siccome voleva vivere, cercava sempre; d'estate come le mosche cercano le immondizie, d'inverno come gli uccelli anche quando il ghiaccio ha indurito la neve sulla campagna. E tuttavia il suo caso non era nuovo. Migliaia di anni prima altre migliaia di bambini nati, come lui, avevano dovuto andare e morire così. Poi qualcuno gli disse: — Tu odii; — e allora capì di avere sempre odiato, anche all'ospizio, nelle sale di lavoro sotto le occhiate gelide dei prefetti, e nei corridoi, ove tante notti non aveva potuto dormire come gli altri, dentro l'oscurità rotta appena dal lucignolo fumoso di una lanterna. Ma siccome l'odio sa ascoltare e rispondere meglio dell'amore, ascoltava e rispondeva. Che cosa aveva egli fatto a quella donna perchè lo mettesse al mondo? Perchè doveva vivere così, niente altro che vivere, lavorare per lavorare, chiedendo quasi sempre indarno un lavoro, senza poterne mai trarre una speranza o un significato? Perchè tanti altri non lavoravano? Perchè erano amati? Perchè avevano tutto?
La società gli aveva insegnato un catechismo che essa medesima non riusciva ad applicare, e tutto era egualmente ingiustizia contro i poveri, persino la morte, poichè la religione insinuava nei loro cuori il dubbio di un altro inferno. Come un atomo dimenticato nel disegno misterioso della creazione, egli vagava urtandosi a tutti i corpi, sempre respinto e sempre solo; il silenzio l'opprimeva; ma se cominciava a parlare, sentiva subito di non potere essere compreso che da un qualche solitario al pari di lui, mentre tutti gli altri erano come i prefetti nell'ospizio e più tardi gli ufficiali nella caserma, i superiori e i nemici che comandavano sempre, senza spiegare mai la ragione del proprio comando.