L'altra barca, poichè quella compagnia di pescatori ne aveva due, ci accompagnava di fronte, così dappresso che si udivano i battiti della sua vela nell'albero e le voci ciarlare ancora. Poi tutto tacque: anche il mio amico si era addormentato nella stiva.
Seduto sulla punta di prora, reggendomi con una mano alla grossa ancora, io guardavo.
Nella notte bruna un vapore sembrava alzarsi dalle acque come una trasparenza luminosa fra due ombre, attraverso la quale l'occhio si allontanava nella solitudine. Ma la barca quasi immobile si cingeva sui fianchi di una luce cilestrina, mentre per la scia le si spegneva dietro una silenziosa fiammata di piccole stelle, e la bianchezza delle vele appariva vaga nell'alto. Improvvisamente mi sentii dentro un impeto di fuga, come se avessi potuto io solo gonfiare le vele, sospingendole per quella vacuità così piena di murmuri, con una violenza di tempesta, verso un buio senza fine. E invece la calma era così profonda che intendevo nel frangersi dell'acqua sotto la prora quel gorgoglio di un armento che beva, secondo la bella parola dell'antico poeta greco.
In quel momento mi parve di rivedervi fra le pieghe dell'ombra, col volto smorto dentro un pallore di luce bionda: anche voi guardavate sul mare.
La sua mobile linea seguitava come il suo murmure oltre il raggio di quel faro acceso sul lido da una pietà spaurita per coloro, che le tempeste della notte sorprendono con tutti i terrori dell'invisibile. Ignoro il mare e le sue procelle. Non ancora vidi in una fiera burrasca notturna tralucere subitamente la pupilla di un faro, e non so come le mie le risponderebbero; ma parmi che se in tale istante la paura della morte mi avesse vinto, quel tremulo lucignolo mi aggiungerebbe nell'anima un'altra tristezza di agonia. Laggiù, dalla terra, ecco tutta la luce che può raggiarne! Appena quanta la natura per un capriccio gentile ne mise sotto le ali della lucciola nelle prime sere di giugno, quando i grani ondulando imitano il fruscio della seta e i grilli ripetono instancabili la loro sottile nota di amore.
Ogni lanterna di faro mi ha fatto sempre pensare a quella di Diogene; il mare è troppo grande e la maschera dell'uomo troppo grossa perchè un raggio possa attraversarla. Ma solo nel deserto del mare, dinanzi all'infinita mobilità delle sue forme, l'anima s'innalza veramente alla impassibilità del pensiero. Che la notte distenda la propria ombra sulla oscurità delle acque o il sole vi rompa tutti i raggi in un incendio di baleni; che una indolenza vi attenui le onde sino alla piega di un sorriso o l'uragano le sollevi precipitandole collo strepito della valanga, l'anima umana soltanto può levarsi sul mare, a dominarlo con una serenità più profonda della sua calma, o con una furia più violenta delle sue bufere.
Una voce dall'altra barca cantò:
— Sono io che batto, dèstati.
— Chi sei? — Sono l'amore.
— Che vuoi? — Solo un cantuccio,