Il mio compagno taceva.

Improvvisamente brillò una fiamma: era il grande occhio del faro che si apriva.

Giungemmo al porto, ma non vedemmo il mare.

Perchè porto? A quell'ora non vi si scorgevano che poche alberature, nessuno passava per la piazza formata da un gomito del canale davanti ad una lunga casa di un solo piano; più in là un palazzotto pretensioso alzava dal mezzo del tetto la lanterna del faro come un grosso tubo; tre capanne illuminate si aprivano sulla riva, voci e ombre erravano sulla banchina.

Tesi indarno l'orecchio al murmure del mare.

— Bonaccia anche questa notte! — mormorò stizzosamente un pescatore rasentandoci per entrare in una di quelle capanne.

Ma noi volevamo passare la notte sul mare.

Lo seguii e combinammo di salire sulla sua barca Il Giglio, se a qualche ora della notte il vento si fosse levato.

Infatti verso le undici qualche soffio cominciava.

Nella notte profonda il mare mormorava sommessamente. I pescatori avevano issata la vela ad un sottile grecale, poi erano tutti discesi nella stiva, meno il più giovane, rimasto in piedi colla mano poggiata sul timone. La vela floscia batteva seccamente sull'albero, non una stella brillava nel cielo, non una luce sul mare. Solamente la lanterna del faro lanciava, tratto tratto, un fascio più luminoso come un occhio che si aprisse improvviso e violento, mentre il grande disco rosso del semaforo pareva poco più lungi una immota luna sanguigna.