Alfredo Oriani.

PROLOGO

Signora,

Casolavalsenio, 23 ottobre 1900.

Chiunque voi siate, straniera per sangue e per lingua, lontana al di là dell'Alpi e del mare, o vicina in qualche città o campagna d'Italia, non vi ho mai veduta e non vi vedrò. Non so nemmeno se siate bella, ma io non lo sono più da quando le rughe si ammassarono sulla mia fronte, e i capelli ne caddero lentamente come le foglie in autunno, quando l'aria si raffredda e le notti allungano la tenebra triste.

Perchè dunque vi scrivo?

Anche questa è una contraddizione del nostro spirito, che nei troppo lunghi soliloqui finisce col rivolgersi ad un fantasma pel bisogno supremo di non essere solo, e di sentirsi almeno dinanzi il silenzio di qualcuno, che ascoltando gli rattenga il pensiero nei limiti della parola. Solamente coloro che sono soli, possono comprendere la necessità di parlare e di scrivere ad un fantasma senza nemmeno fingersi il suo aspetto.

Siete voi bionda o siete bruna? Nei vostri occhi la luce ride come sull'azzurro dei laghi o lampeggia come dalle tenebre di una notte? La vostra bellezza si manifesta col ritmo delle forme o erompe come un comando da qualche loro dissonanza? Il vostro pensiero è di quelli, nei quali si entra a riposare come in uno ospizio, o somiglia al muro alto e inviolabile dell'ultimo confine, che arresta finalmente i pellegrini?

Nessuna immagine femminile mi risorge adesso nella memoria delle sue più oscure lontananze, quando le carezze al bambino sono come l'ombra e la rugiada che salvano i fiori troppo teneri: tutte le altre donne, che conobbi più tardi, passarono invece senza avermi conosciuto per non tornare mai più. Comunque ad altri apparissero belle, i miei occhi sentirono allora così vivamente i difetti della loro bellezza che oggi ancora per quelli soltanto potrei riconoscerle, mentre la mia anima ha dimenticato per sempre i loro amori indarno caldi del raggio o frizzanti dell'aroma primaverile. Che cosa avrei potuto chiedere loro, che non chiedevano nulla credendo di concedere tutto in una breve ebbrezza, sulla quale il pensiero s'innalzava come un vapore tosto disciolto dal sole o disperso dal vento?

Il sogno rinnovato dai poeti nelle generazioni invocando la donna bella ed amante alla quale tutto il cuore possa aprirsi e la mente piegare nella stanchezza delle visioni troppo remote, non si formò mai nel mio spirito. Forse questo sogno comincia nella culla coi sorrisi che la circondano, forse si ripete nel primo aprile della giovinezza dall'adorazione di quelle stesse donne ancora vigilanti sopra di noi, e già gelose di altre donne; ma il sogno infiammandosi ascende allora per un altro cielo pieno di stelle che cantano, di trasparenze che abbagliano, sereno come la fede e tuttavia mutevole come la speranza, che sorvola tutte le nuvole ed insegue in ogni fruscio un'altra ala fuggente di sogno.