— Morirà? — mi chiese a bassa voce Tonio, un altro falegname.
— Certo, — rispose seccamente il dottore.
Ma sul pianerottolo un gruppo di ragazzi si ostinava curiosamente senza nè sentire, nè capire nulla nel triste dramma di quella casa anche più triste. Le loro facce giovanili e brutte tradivano anzi quella inconsapevole compiacenza di essere vivo e sano, che quasi tutti provano davanti alla morte di un altro, specialmente se egli stesso volle morire. Infatti nessuno fra la gente, che un momento prima riempiva la cucina, aveva espresso un sentimento di rammarico: erano stupiti del caso e se lo spiegavano reciprocamente con qualche parola e con gesti vaghi di condanna.
— E poi? Che cosa ha fatto? Perchè farlo? —
Una irritazione quasi di collera metteva tratto tratto uno stridore nelle loro domande: quindi se ne andarono per rispetto mio; altrimenti sarebbero rimasti come in piazza, con quella curiosità che il rischio o il dolore dello spettacolo sembrano rendere a mano a mano più cattiva.
Quando chiusi l'uscio, le ragazze precipitarono sgattaiolando per le scale.
Il dottore guardò l'orologio.
— Che ora è?
— Le nove: io non ho più nulla da fare qui. Veda lei di persuaderlo a bere questo secondo bicchiere, forse a lei non osa dire di no; ma in ogni caso, anche se lo beva, la cosa non muterà. Come vuole mai che la magnesia possa impedire gli effetti dell'acido dopo mezza ora? Adesso metà, dello stomaco deve essere già bruciata, distrutta: poi avremo il vomito.
— Dovete cenare ancora?