Quel prigioniero era infelice, ed ella ne sentì una pietà di amore, ma un altro prigioniero più giovane e più bello le avrebbe indubbiamente acceso nel cuore più intensa fiamma di passione: però il grande vinto palpitò quando la seppe lontana come tutto quanto restava della sua vita nel mondo.
Le sue ultime carezze furono per una bambina, alla quale insegnava la geografia non mutata da tutte le vittorie di quegli ultimi anni. Quando fu morto, i suoi invalidi non vollero crederlo; l'austriaca invece ne profittò per sposare l'amante, conte di Neipperg.
L'amore che la donna sente, non somiglia a quello che inspira.
Dal lamento di Salomone al gemito di Heine, dalle Cantiche di Dante ai sonetti di Shakespeare, dai ruggiti di Byron ai sospiri del Petrarca, dal grido di Leopardi al singhiozzo di Musset, i poeti espressero sempre l'amore indarno chiesto, offerto, accettato, grondante di lacrime e di sangue, trasfigurato sino a non essere più che l'amore di Dio, contaminato anche nella sua sincerità animale, senza che la donna ne sospendesse mai il trastullo micidiale, o ne sentisse il soffio creatore. Saffo, morta di amore, non amò che un imbecille; George Sand, che non amò alcuno, salì a molti cuori illustri, come i monelli sulle fontane monumentali ad insudiciare le acque.
Oggi il vanto femminile è mutato: invece che all'amore la donna pretende alla stima dell'uomo vantandosi sua rivale nel pensiero e nell'opera: proclama diritti e doveri uguali, indipendenza di figlia, di sposa, di madre; libere tutte le carriere, aperti tutti gli agoni. E non lo furono in ogni tempo? Come l'amore, il genio ruppe sempre ogni freno; torme di anacoreti invasero provincie chiuse alle più invitte legioni, Cesare e san Francesco compirono la stessa conquista. La mente dell'uno, il cuore dell'altro ascrissero al mondo un'orbita, della quale resta ancora la traccia. Cesare trafitto sotto la statua del rivale morto, al momento di perdere tutto il mondo, nel dubbio forse di lasciarvi mal sicura l'opera propria, non compiange che l'errore del figlio: — Tu quoque, Brute, fili mi. — San Francesco, morente sulla barella, è vinto ancora una volta dalla pietà del mondo, e si alza in un ultimo sforzo a benedirlo.
Ecco l'atto supremo del genio e dell'amore, un perdono superbo e melanconico, che ricorda tutto senza offesa e senza rimpianto, perchè la rivelazione comincia forse all'ultimo momento della vita. La morte perdona.
Il genio e l'amore attingono soltanto da essa la forza irresistibile della loro sovranità.
Chiunque teme la morte non giungerà all'amore o alla gloria, ma non quella morte, che sorprende tutti i corpi e li trasforma, bensì l'altra che uccide nello spirito ogni compagnia per lasciarlo solitario dinanzi a se stesso e all'infinito. La gloria è la più alta delle solitudini; Dante vi sta come Cesare, entrambi dovettero superare l'umanità per dominarla dalla medesima altezza, incompresi ed incomprensibili senza il commento dei secoli. L'amore è il più infocato dei deserti; Leopardi vi arse come san Francesco, entrambi oltrepassarono l'umanità senza poter sostare in alcun cuore, ma illuminano e riscaldano ancora le anime colla propria fiamma.
La vera gloria non avrà conforto di amore, l'amore grande resterà senza ristoro di altro amore, mentre la vita gioconda nel mistero della propria bellezza canta, sorride, splende, innamora tutti i viventi, ai quali il suo stesso tumulto impedisce d'interrogarla travolti dall'ora fuggente, risollevati sempre dalla speranza, trasportati lontanamente dalla morte che raccoglie tutti i feriti.
La morte si avanza adesso coll'autunno per la campagna.