— Sissignore. —

Parvero tutti più tranquilli.

Intanto Lisa aveva messa la nuova candela nel candeliere, accendendola al mozzicone: allora ci sedemmo. Il dottore, che si era accostato a Checco, notò la sua spaventevole pallidezza e si volse al pretore per dirgli:

— Eh! la cosa va innanzi.

— Bisogna spazzare qui, non vedi come tutto è sporco? — gridò quasi la voce grossa del cancelliere a Lisa, mostrandole la tavola e i fogli bianchi, che si disponeva a stendervi per scrivere. Tutti avevano il cappello in testa meno io e il brigadiere: mi accorsi subito che il cancelliere era mezzo ubbriaco secondo il solito, e che il pretore, un novizio, sentiva crescere il proprio disagio in quella casa così tetramente povera. Per fortuna il caso era tanto semplice che il processo verbale ne sarebbe breve.

— Ostrega! — esclamò il cancelliere, veneto di Rovigo, corto e grosso, che non riusciva a spianarsi sulla sedia spagliata: — scappo giuso per il buco. —

Anche il pretore ebbe un breve sorriso.

Io ero tornato vicino a Checco. Lo vedevo rabbrividire sotto le coperte con ambo le mani sullo stomaco, mentre gli occhi umidi di lagrime gli si sbarravano in un ultimo sforzo. Egli non aveva previsto questa suprema tortura della legge, che verrebbe ad interrogarlo e a fargli firmare il verbale della propria morte: quindi tremava di dover rispondere a nuove domande sul perchè di una simile risoluzione, e sopra i suoi rapporti colla mamma e le due nipoti. Nella diffidenza dei poveri verso la legge e i suoi rappresentanti, si figurava che volessero accusarle di complicità in quel suicidio.

Mi strinse la mano borbottando:

— Glielo dica lei che sono stato io solo.