Adesso non poteva quasi più parlare, e il suo volto ridiventato di un pallore cinereo aveva già l'opaca fisonomia della morte: la fronte pareva più alta, le guance gli si erano scavate, mentre i baffi fra i grumi del vetriolo e della magnesia gli si arruffavano dritti ed ineguali come peli di una vecchia spazzola. Eppure una volta era stato un bel giovane. Me ne ricordavo ancora perchè aveva fatto per qualche autunno l'uccellatore meco in un paretaio che non ho più; nelle altre stagioni stava col babbo falegname, lavorava forse meno di lui, ma capiva di più e beveva altrettanto. Era questo il vizio di tutta la casa e che ne aveva fatalmente determinata la rovina: bevevano tutti, campando come gli uccelli con una allegria negligente e trionfatrice finchè la gioventù potè aiutarli. Checco il primogenito esercitava una certa autorità, gli altri fratelli non avevano nè la sua intelligenza, nè quel suo corpo robusto e ben fatto: sembravano anzi malaticci, specialmente l'ultimo, che fu il primo a morire. Lo chiamavano anche in casa «l'antico», triste nomignolo affibbiatogli dai compagni a scuola.
Infatti era come uno di quei vecchi senza barba e senza età.
A poco a poco la casa si era vuotata: la sorella maggiore se ne andò, esigendo quella dote, che li costrinse a subire il primo debito e la prima ipoteca; un secondo fratello aveva preso moglie, oziato, mercanteggiato, bevuto, ed era morto lasciando agli altri la vedova e tre bambine: un altro era finito nella Svizzera, un altro in America, poi il babbo, una sorellina, una nipotina, tutti, meno Checco, che rimaneva colla vecchia e quelle due fanciulle.
Egli aveva allora mutato: mentre prima andava a giornata nelle case dei contadini e dei signori, per sorvegliare le piccine e guadagnare di più, tentò di aprire bottega, e fu peggio. Perdette gli antichi avventori senza acquistarne dei nuovi, la miseria gli crebbe intorno, lottò indarno, a lungo, senza lavoro, quando non aveva più un soldo, chiudendosi in quella cucina a piangere colla vecchia e le due bambine.
Quindi la sua fede e il suo amore si disfecero nella prova atroce.
Gli ultimi mesi, prima di mettersi come uccellatore col conte, aveva cominciato a vendere le proprie armi da falegname per bere, ma andava sempre nella stessa osteria della Margheritona, uno stambugio lercio ed oscuro, a rincantucciarsi nell'angolo del camino senza parlare.
Un nuovo singhiozzo di vomito gli squassò la testa sul cuscino.
Don Giovannino era già rientrato, fermandosi quasi sull'uscio ad un mio cenno. Passò ancora del tempo, non parlavamo. A poco a poco don Giovannino si era seduto sopra una scranna vicino alla porta, distendendosi sulle ginocchia la cotta e la stola, sopra la quale teneva ritto il barattolo dell'olio santo.
L'orologio della piazza suonò le undici. Nell'altra stanza si udivano russare tutte e tre, la vecchia e le piccine. Forse la stanchezza, l'emozione, le avevano vinte, e il dolore della crisi era già passato, oltre quella certezza che non c'era più niente da fare per Checco, il quale, anche vivendo, non avrebbe alla propria volta fatto più nulla per loro.
— Poverette! — egli mormorò avvicinandomisi colla testa.