— Sicuro! — insistè con uno scoppio del suo sorriso.

— Ad un'aristocrazia, che ha avuto una parte così brillante nella nostra rivoluzione!

— Ricasoli ha inventato il Chianti.

— Siamo giusti: contiamo, sono molti: Cavour, Manzoni, Niccolini, Leopardi, Mamiani, Cibrario, Sclopis, Manin, D'Azeglio, Lamarmora, Pallavicini, Capponi, Dandolo.

— Questi sono i nobili: potreste contarne altri, ma sarebbero ancora individui. Anzitutto la nostra non fu una rivoluzione: una rivoluzione è un'idea nella storia della umanità, la nostra fu un fatto. Per parlare di aristocrazia, l'Italia ne aveva tre: una a Torino, una a Napoli, una a Roma. Quella di Torino si è battuta per il re, come se si trattasse di una conquista, e non era che una egemonia; quella di Napoli lo ha abbandonato nella sconfitta, come ha fatto quasi sempre per tutti i propri re; quella di Roma, la più grande, che avrebbe potuto essere un'oligarchia, perchè in ogni famiglia vi è ancora una tradizione di regno, non ha capito nulla, e non si è mossa. Nessuno dei nobili, che mi avete citato, rappresenta la propria classe, come da Chateaubriand a Montalambert in Francia gli scrittori aristocratici rappresentano la propria. Solitari nello studio, volontari nella rivoluzione, come la chiamate voi. L'aristocrazia è morta, osservatevi intorno.

— Questo è il suo funerale — dissi ripreso dalla mia idea.

— I perduti non ne hanno: essa è rimasta addietro nella storia, come un reggimento di veterani in una grande marcia sforzata. Almeno avesse avuto una Beresina!

— Le occorreva un Napoleone.

— Ogni avvenimento si proporziona i propri uomini. L'aristocrazia non ha avuto un generale, perchè non era un esercito; un uomo politico, perchè non era una classe; un oratore, perchè non era un sentimento. Se l'aristocrazia non fosse stata morta, avrebbe dovuto capitanare il moto della penisola, essa, che avanti di ogni altro poteva avere il senso dell'unità. Prima che Mazzini predicasse la fratellanza fra le provincie italiane e la insegnasse nelle congiure, un marchese di Napoli e un barone di Torino erano già fratelli, perchè erano uguali. Il privilegio serviva loro di unità. Bisognava che l'aristocrazia italiana dopo il primo regno italico avesse aperto gli occhi, e, presentendo i nuovi tempi, vi si fosse acconciata, acconciandoseli. In nessuna nazione del mondo la nobiltà è numerosa e storicamente importante come in Italia: ogni città di provincia conta ancora la propria dinastia. Tutto era possibile ad una classe, che avrebbe avuto per sè le campagne, e non avrebbe avuto contro nessuna altra forza di ricchezza, perchè la gente industriale non era ancora organizzata. La borghesia rivoluzionaria, una avanguardia di scienziati e di poeti, affamata di libertà, febbricitante di entusiasmo, ma in fondo ammalata di vanità come tutti gli eroi, si sarebbe battuta furiosamente sotto la nostra bandiera, perchè non avremmo avuto che ad aprire le nostre fila, e a decorare coi nostri titoli i suoi più illustri capitani per mantenerle la disciplina, e toglierle ogni voglia di ribellione. Allora non vi sarebbero stati che due soli interessi in azione: quello del popolo, che è il benessere materiale: quello dell'aristocrazia, che è il benessere intellettuale. Invece si unì coi preti, e credette di impedire la rivoluzione disprezzandola: doppio errore, che produsse due deformità: il clericalismo, che si batte oltre i confini della religione; il legittimismo, che si batte entro la piccola cerchia monarchica per difendere nel re i propri minimi privilegi di cortigiano. Ah! è sempre stato il mio sogno.

— Il vostro sogno di gloria e di amore.