— Forse.
— Perchè in basso, al disotto di noi, che viviamo di tradizione e di etichetta, di lusso e di incredulità, la plebe crea ad ogni attimo il proprio presente, lavora per tutti e crede in se stessa. Come non crederebbe nel moto essa, che è il vapore? Talvolta, sola in carrozza, mi diverto a confrontare le figure che incontro. Quale differenza fra coloro, che ordinano, e coloro, che ubbidiscono! Noi signore, colla personcina esile e la pelle bianca per difetto di sangue, non avremo mai figli capaci di lottare coi discendenti delle popolane dalle carni bronzine e le spalle poderose. I nostri figli non montano nemmeno più a cavallo, non tirano di scherma. Evitano l'università, perchè vi troverebbero negati i loro privilegi, mentre i borghesi vi studiano tutte le scienze per dominare fra il popolo. Ma neppur essi vinceranno. Noi avevamo un principio ed eravamo un tipo: accampati sulle rovine dell'impero romano, dovevamo mantenere la disciplina nei barbari vittoriosi, e ripigliare la civiltà dai vinti: e l'abbiamo fatto. Quando l'aristocrazia sentì scemare la propria efficacia nel popolo, si condensò e produsse la monarchia: noi abbiamo durato qualche cosa come una dozzina di secoli, il mondo moderno è l'opera nostra. Ma la borghesia nata nell'ottantanove è un assurdo. Noi avevamo diviso il mondo in due classi, ufficiali e soldati: essi vi hanno aggiunto quella dei fornitori, e vorrebbero che il loro denaro valesse come il sudore dei soldati e il sangue dei generali. Perchè terzo stato? Perchè non il quarto, il quinto, tutti gli altri, sino a tornare nell'antica divisione, da un canto i lavoratori delle braccia, dall'altro quelli della testa? Se noi fummo qualche volta la rapina, essi sono il furto; se noi fummo la violenza, essi sono la frode; se noi fummo la distruzione, essi sono la fame. Ma noi almeno eravamo belli. Paragonate, voi artista, i nostri palazzi colle loro case, le nostre chiese coi loro teatri, il nostro onore colla loro probità. Voi sapete che il genio non può mentire, perchè la menzogna è un'infermità. Ebbene, confrontate le nostre letterature: per i nostri ritratti occorrevano dei Dante e degli Shakespeare, mentre per loro oggi bastano dei Flaubert e dei Zola. La superiorità dell'artista non è solo nell'ingegno, ma nel modello: la scultura greca è più bella della nostra, perchè i Greci erano più belli di noi come popolo.
Ma in quel momento cominciava una quadriglia, e il ballerino venne ad inchinarsi davanti a Donna Augusta. Era un bel giovane biondo, dalla fisonomia signorile e macilenta. Donna Augusta me lo mostrò con un'occhiata, quasi a commento delle proprie osservazioni, e levandosi con grazia inimitabile mi gettò in un sorriso la promessa di ritornare. Rimasi solo, ancora nel turbine di quella sua conversazione. Non era strana, perchè conoscevo Donna Augusta da due anni, e le avevo già scoperto sotto l'apparente frivolezza della vita un colto ed originale talento di pensatore. Come si facesse a legger tanto, e ad aver tanto imparato, era un mistero: ma ella era al corrente di tutto, dell'ultima moda e dell'ultimo libro. Fra gl'inglesi preferiva Carlyle, fra i tedeschi Stirne. Però nei circoli eleganti nessuno lo sospettava nemmeno: ricordavano ancora la sua celebre avventura, un romanzo a mille variazioni, con un illustre defunto, al quale era mancato il tempo per diventare un grand'uomo, un deputato morto alla sua prima campagna come Hoche; ma i più la credevano una delle solite signore, che hanno imparato le lingue estere dalla governante, e sanno suonare passabilmente il pianoforte. D'altronde un piccolo difetto confermava il pubblico in questo giudizio. Donna Augusta rideva sempre. Era un sorriso nervoso, che le increspava la piccola bocca ad ogni minuto, dinanzi a tutti: un sorriso, che era forse una timidezza sopra tutta quell'audacia, un impaccio invincibile nella sua insuperabile disinvoltura.
In quel momento Donna Augusta ballava la quadriglia con tutta la foga di una giovinetta e la voluttà educata di una gran signora. Il ballerino, porgendole la mano, le diceva sempre qualche motto, al quale ella rispondeva con un sorriso, torcendosi lo strascico intorno agli stivalini, alzandosi sopra la sua onda nera colla grazia di un'ondina e gli atteggiamenti labili di una visione. Quindi, incrociandosi colle amiche, alitava una parola nel loro cicalio profumato, o coglieva a volo tutte le risorse di una posa, distribuendo i favori di un gesto, accettando gli omaggi di uno sguardo. Il suo abito nero fra tutti quei cilestri e quei rosa era di un effetto quasi eccessivo, di un risalto, che le attirava involontariamente tutte le occhiate e il peso di tutte le osservazioni. Poi mi distrassi, e le sue ultime parole mi risuonarono ancora all'orecchio nella loro stravagante verità. Era forse la prima volta in un salone, che una signora osasse non solo pensarle, ma dirle. Infatti quella festa, colla sua allegria di veglione e la sua famigliarità di club, era brutta: le signore parevano tanti figurini di moda, gli uomini tanti camerieri. Il salone enorme colla volta dipinta dagli Zuccari, i cornicioni frastagliati, i mobili dorati, le porte scolpite, faceva pensare ad un'altra gente, ad altri costumi, quando le dame erano in guardinfante, ed i cavalieri in cappa. Pochi ufficiali facevano tintinnire le rotelle degli speroni, poche gemme rutilavano fra quella confusione di colori. Gli uomini vestiti di nero formavano una cintura funebre intorno al gran quadrato della quadriglia, come intorno ad un catafalco: le signore stecchite, come tanti manichini entro le loro corazze di seta, non agitavano che la testa, un viso di bambola, cogli occhi lucidi, la bocca rosea, le spalle acute, il seno pallido. E movendosi con una compostezza automatica formavano certe figurazioni incomprensibili, aggruppandosi e sciogliendosi mutamente, in un ballo senza musica e senza danza, l'ultima goffaggine del sussiego, l'ultima creazione dell'impotenza.
Donna Augusta mi passò vicino.
— Ceneremo assieme: fate preparare.
Ubbidii.
Quando la quadriglia fu terminata, un cameriere ci aveva già disposto dinanzi un tavolino nero, grande quanto un bacile, con due piatti.
— Portatemi dunque dell'acqua — ella ordinò. — Ancora un sintomo; io sono astemia, il vino è troppo forte per noi.
— Ecco che negherete pure il vino dell'aristocrazia.