— Ci pensate ancora?

Non compresi.

— Allora ecco la vostra novella.

Involontariamente mi sfuggì un atto troppo vivo di curiosità, ella lo represse con un sorriso, e chinò il capo colla civetteria dei grandi oratori, che preparano una improvvisazione. Il trotto dei cavalli, cadenzato e poderoso come un rullo, avvolgeva la carrozza e dava il prestigio di una confidenza a quanto ella stava per narrarmi. La luna tardava a sorgere: ella incominciò nell'ombra a bassa voce:

— Vi ricordate la prima volta, che vi presentai alla duchessa di Campiano? fu ad una festa di ballo nelle sale dell'ambasciatore di Germania: quella sera la duchessa era anche più bella del solito, era vestita di bianco, stellata di diamanti. Mi pare che poco dopo veniste a dirmi molto bene della duchessa come donna e come dama; ma non mi sovvengo che me ne abbiate più parlato. Voi partiste, ella morì dopo tre mesi. Nessuna meglio di lei incarnava il tipo tanto studiato e così poco capito della gran dama moderna: ne aveva tutte le qualità e tutti i difetti, i caratteri tradizionali e le espressioni contemporanee. Nata in una delle famiglie più nobili e più ricche di provincia, era cresciuta a Firenze in mezzo agli splendori delle ricchezze, alle sontuosità dell'eleganza. La conobbi maritata, ed ignoro la sua infanzia; ma so che, essendo figlia unica, non fu posta in convento, e che sua madre in gioventù non era stata meno bella, nè meno elegante. Il suo fisico ve lo rammentate senza dubbio, il suo morale non lo avete certamente nè indovinato, nè studiato. Ella aveva ventitre anni, due bambine, sei milioni di dote, un marito. Educata in un ambiente aristocratico al disopra del mondo, come il suo palazzo antico era al disopra di tutte le case circostanti, ella non ne sapeva nulla; sembrava istruita ed era ignorante, non aveva letto nessun libro forte, nè riflettuto ad alcun problema umano: non sapeva la storia di nessun popolo e di nessuna idea. Dolce nel carattere come tutti quelli, che non incontrarono mai difficoltà; nervosa fino alle lagrime e all'entusiasmo, non aveva mai provato una qualsivoglia profonda emozione di pietà o di ribrezzo, di odio o di amore. Però aveva un'affabilità irresistibile ed una insolenza incantevole, le maniere morbide e i sentimenti duri: credeva nella religione senza sentirla, accettava i giudizi della propria classe al momento che imperavamo, come ne aveva appreso i modi, e li avrebbe forse istintivamente cercati per la delicatezza innata del suo organismo. Superba fino ad infrangere le leggi dell'etichetta per affermarsi più vivacemente, ma umile e tremante davanti ad ogni pregiudizio; colla freschezza di tutti i bisogni e la decrepitudine di tutte le idee; di una storditaggine, che andava fino alla poesia, e di una osservanza, che oltrepassava la meticolosità; mettendosi naturalmente al centro di tutto senz'altra attrazione che quella delle rose, il colore e il profumo; adorando le feste e i ricevimenti, nutrendosi di occhiate e di sorrisi, non concependo nulla al disopra di se stessa, e non curando quanto poteva essere al disotto; sapendo di essere bella e ricca, nobile e giovane, di possedere tutto e di potere esigere il resto, di essere un'arbitra in casa ed una sovrana fuori; era felice. Il suo egoismo, che aveva la profondità dell'inconscio e la ingenuità dell'esperienza, essendo una grazia, poteva parere un diritto: la sua bellezza aveva una gracilità, che la rendeva più poetica, e dalla quale il mondo interpetrava facilmente la delicatezza dell'anima. Del resto l'avete veduta. Ma quello, che tutti sentivano e nessuno formulava, era la sua coscienza di gran dama, di unicamente dama: vergine senza lirica, sposa senza passione, madre senza fanatismo. Le sue bambine non erano per lei che due gioielli, i più carini, fors'anche i più preziosi, ma solamente una decorazione; suo marito nient'altro che il suo stesso nome e la sua posizione sociale. La vita vera per lei si componeva del palazzo e della villa, del salone e della carrozza, di tutte quelle compiacenze minime e quotidiane, che attirano i privilegi della ricchezza e dell'aristocrazia, dalla servilità dei domestici alle deferenze dei signori più cospicui, delle persone più illustri. La sua vanità, sempre tesa come quella di una cantante, le faceva subordinare tutta la propria esistenza all'approvazione del pubblico, che affettava di non curare; ma il pubblico era per lei di due sorta: quello della piazza, al quale faceva la corte, perchè lo temeva; quello dei saloni, che le faceva la corte, perchè la desiderava. Come le sue eleganze sorpassando la moda non arrivavano mai all'arte, il suo gusto, raffinato senza cultura e senza elevatezza, avrebbe preferito un sopramobile ad un quadro, uno scialle ad un arazzo. Il carattere dominante della sua eleganza e l'ultimo verbo della sua coscienza era la distinzione; questa parola tutta moderna, che vale da sola un dizionario, e contiene tutte le nostre malattie e le nostre superiorità, i nostri sentimenti secreti e le nostre preferenze confessate. Che cosa è davvero questa distinzione, la quale si applica indifferentemente al colore di una stoffa e alla punta di una scarpa, al portamento di una donna e alle forme di un cavallo? Nè Baiardo, nè Vittoria Colonna, che mi avete citato, sarebbero oggi distinti per gente di salone: forse Olimpia Pamphili, se si occupasse meno di politica; ma Paolina Borghese col suo bel corpo di marmo e la sua bell'anima di ferro, no certamente. La bellezza distinta deve essere gracile o almeno angolosa, ma senza idealità nella delicatezza, nè vigore nella angolosità; il profilo di Napoleone primo parrebbe troppo arcigno, la testa della principessa di Lamballe troppo vaporosa. L'affermazione, comune oggi, che le statue greche vestite sarebbero brutte, esprime tutto il contenuto della distinzione moderna; la quale non vuole più il nudo e non sente più il forte, preferisce la decorazione alla semplicità, la mortificazione della fisonomia alla sua calma olimpica o alla sua maestà eroica. I gentiluomini emigrati a Coblenza, che trovavano ridicolo Charette, il quale si batteva e vinceva per loro. La duchessa di Campiano, che accusava Garibaldi di non avere un aspetto signorile, non osando più rinfacciargli la umiltà della nascita! Così ogni vera originalità viene condannata, poichè attesta una superiorità; mentre la distinzione non è che una supremazia collettiva come un marchio effimero di grandi decaduti fra la folla dei sorgenti. Quando i Greci non ebbero più nè potenza, nè libertà, nè arte, nè filosofia, rimasero il secreto della eleganza; sbertarono i Romani, loro padroni, col nome di barbari, e i Romani risposero chiamandoli greculi. Forse allora fu inventata la distinzione, come una rivincita dei vinti contro i vincitori, l'ultimo orgoglio di una razza moribonda, l'estremo vanto di una impotenza, nella quale sopravvivevano i ricordi e svanivano i residui di un'êra immortale. Oggi noi siamo greculi fra il popolo, che ritorna romano. Castellani nel medio evo, potentotti all'alba del rinascimento, principi al suo meriggio, signori al suo tramonto, perimmo nella rivoluzione francese. Fino all'ultimo, quando cessammo a poco a poco di essere noi la civiltà, la proteggemmo; e l'arte e la scienza, l'industria ed il commercio, tutto fu nostra clientela. Adesso una immedicabile incapacità ci condanna al più ignobile dei parassitismi, siamo senza testa e senza cuore, senza funzione nello stato e senza carattere nella nazione. Il disprezzo del denaro, che era stata la nostra ultima virtù, è perito colla nostra ricchezza; accattiamo gli impieghi e vendiamo i blasoni: sopprimete la monarchia, che ci dà ancora qualche onorificenza nei balli di corte, e saremo senza prestigio. Solo l'aristocrazia inglese, sorta l'ultima, quando la nostra, la più antica, cominciava a decadere, ha ancora una qualche coscienza di se stessa; ma la rivalità di opulenza coi grandi industriali la costringe alle stesse avare cupidigie, alle ferocie della grande cultura contro i poveri contadini; e mentre i mercanti uccidono gli operai nelle fabbriche, i lordi disertano la Scozia e l'Irlanda. Però la nobiltà inglese ha un orgoglio, e noi non abbiamo che una vanità. Essa crede alla propria superiorità naturale, e quindi empie le proprie fila di tutti gli aristocratici del caso, nati nelle soffitte e che giganteggiano fra la plebe; giacchè l'aristocrazia o è un fatto naturale o è nulla: noi invece ci siamo chiusi nella sua forma storica, e vi ci siamo incadaveriti, rinnegando il principio, che l'aveva creata, e faceva la sua forza. Quando il cristianesimo bambino si contrappose alla filosofia greca, Tertulliano gli salvò la vita nel terribile confronto con una sola parola: tutto ciò che vi era in essa d'immortale era un prodromo del cristianesimo: l'aristocrazia doveva ad ogni generazione ripetere il motto di Tertulliano alla plebe, e strappandole ad uno ad uno i suoi grandi, dire loro: voi mi appartenete. Invece la nostra vanità li ha respinti; mentre essi erano belli, noi volemmo essere distinti; mentre essi erano forti, noi ci vantammo di essere eleganti; mentre essi lavoravano, noi dichiarammo umiliante ogni lavoro. Essi inventarono il vapore, e noi perdemmo il coraggio di domare un puledro; svilupparono le scienze, e noi abbandonammo le scuole; mantennero l'arte, e noi abbassammo gli artisti al livello degli artigiani. Andammo ancora a teatro, ma unicamente per far pompa di una indifferenza insultante, arrivando infallibilmente dopo il primo atto e partendo al penultimo: leggemmo i loro libri, ma senza spremerne il significato, come si odorano i fiori in certi momenti di distrazione, o li accettammo come un omaggio dovuto alla nostra regalità, un passatempo prodigato alla nostra noia. E per l'illusione logica di tutti coloro che sopravvivendo a se stessi si credono i soli a vivere, battezzammo la nostra congregazione col nome di alta società, il nostro mondo coll'aggettivo di grande. Poi costretti all'appariscenza del lusso, non avendo più alcuna apparenza di grandezza, fummo più condiscendenti verso il danaro che verso l'ingegno; non dimandammo la fedina criminale all'usura, e chiedemmo al genio il suo blasone. Le signore presero per propri i colori della tisi, non ispirarono più passioni e non ne sentirono; bandirono dalla vita l'idillio ed il dramma per lasciarvi una commedia senza spirito, una satira senza profondità. Per essere veramente dame cessarono di essere donne: ebbero una religione senza pietà, una fede senza luce; furono senza patria, perchè non avevano più famiglia; senza poesia, perchè erano senza vita. Ah! me ne dimenticavo quasi, la duchessa di Campiano era così.


E donna Augusta si raccolse un istante.


— Quando conobbi la duchessa di Campiano la sua bellezza era in fiore, e la sua celebrità cittadina nel massimo frastuono. La sua vita, vuota di sentimenti e di azioni, era occupata febbrilmente dalle visite e dai balli, da tutte le necessità mondane delle sue innumerevoli relazioni e dei suoi trionfi. Colla casa piena delle più abili cameriere, non pensava mai che alle eleganze della toletta, alle soddisfazioni delle più minuscole vanità. La duchessa di Campiano non aveva salone. Dava due o tre grandi balli nell'inverno, qualche mattinata, qualche rarissima serata, se qualcuno o qualche cosa gliene fornivano il pretesto, perchè non sentiva nè il raccoglimento della famiglia, nè l'intimità di una corte. Le occorreva la folla sempre e dappertutto. I suoi trionfi di decorazione avevano d'uopo di una luce da palcoscenico, del fracasso di una grande orchestra, dell'applauso di una platea; e quindi le conveniva mutare spesso di pubblico per non stancarne la sensibilità di spettatore e permettere a se stessa il bis di qualche abito o di qualche piccolo motto. Come una prima donna nella retroscena di un teatro fra la folla degli inservienti e degli istrioni senza nome, la duchessa di Campiano era sempre sola nel suo palazzo e fuori, camminando circonfusa di una superbia indefinibile, passando come una visione che non scaldava i cuori e non ottenebrava le menti; leggiera ma inconsistente, profumata ma insipida, insensibile ma non sentita. Tutti la vantavano, e nessuno l'ammirava. Aveva dello spirito, e i suoi motti non restavano; era bella, e non aveva ancora destata una passione.

Ma ella non se ne accorgeva. La necessità di questa prova, che è una tentazione degli spiriti elevati, ella non la sospettava nemmeno; la unanimità dei complimenti le attestava la propria eccellenza, le temerità di qualche uomo, che come baleni da una nuvola troppo carica di elettrico le scattavano attorno, le provavano la sua onnipotenza di donna. Non avendo mai riflettuto, non aveva mai dubitato: invece di osservare, guardava; invece di cercare, accoglieva. Ella era dappertutto; non avrebbe permesso ad un ballo di essere citata senza avervi fatta una apparizione; ai bagni, non si sarebbe lasciata passare un'onda al di sotto senza sollevarvisi. Come una regina, aveva nominato le proprie dame di corte, quattro o cinque signore, alle quali gettava gli avanzi dei propri trionfi, e che la decantavano dovunque per dichiarare la propria intimità con lei e col suo genere di vita. Una sola volta disse meco di volersi comporre un salone, ma le difficoltà ne la spaventarono; e non vi sarebbe riuscita. La povera duchessa avrebbe dovuto far ballare tutte le sere per divertirsi e per far divertire. Ella non lo voleva, e il duca non glielo avrebbe permesso malgrado la sua grande condiscendenza. Essi vivevano quasi separati in un commercio molto amabile ed insieme molto freddo. Il loro matrimonio, determinato da mille ragioni di interessi, non aveva avuto naturalmente che il significato di una associazione, nella quale la galanteria era potuta arrivare sino alle conseguenze dell'amore. Del resto il duca era un gentiluomo molto distinto, che sapeva dirigere un ballo come guidare un tiro a quattro, e avrebbe disimpegnato nobilmente qualunque carica a corte. Non aveva voluto essere deputato; ma, appena l'età glielo permettesse, sarebbe senatore. Che cosa egli medesimo facesse e di che vivesse, era un mistero: era non so cosa in municipio, qualche cos'altro in molte banche, presidente di una società operaia o simile, per quella solita contraddizione del popolo, che odia i signori, e non sa far niente, se non sono almeno in apparenza alla sua testa; ed ecco un sintomo della legittimità dell'aristocrazia. Ma il duca lasciava la massima libertà alla duchessa. La conobbi e mi piacque: ella mi preferì per un certo tempo, perchè con tutte le smanie secrete di sovranità, aveva un bisogno ancora più secreto di essere dominata e di obbedire. Come a tutti i satelliti le occorreva un astro, intorno al quale gravitare; e prima che entrassi nella sua intimità, era quasi a discrezione di una cameriera. La duchessa, che parlava moltissimo come tutte le signore senza spirito, mi raccontò presto tutta la sua vita e le sue idee, con la ingenuità di chi non può nemmeno sospettare di aver torto, perchè non vede il contrario. Non era nè felice nè infelice, ma era contenta senza volerlo ammettere, per quella condiscendenza volgare verso il dolore, che è in tutti i discorsi sulla vita. Forse qualche volta si annoiava, ma era una lassitudine dei nervi, più che una stanchezza dello spirito, una disoccupazione della testa, piuttosto che un vuoto nel cuore. Siccome si afferma che il cervello di noi altre donne è più piccolo di quello degli uomini, avrei voluto vedere quello della duchessa, perchè fra il cervello di noi signore e quello delle altre donne ci deve essere altrettanta differenza. Benchè facciate il romanziere, non saprete mai misurare il cervellino di una dama, e farne la nomenclatura delle idee. Un uomo solo, il più gran genio del nostro secolo, Balzac, ci ha ritratte con una verità insuperabile ed insultante, impassibile ed immortale. Voi, mio caro Di Banzole, perderete dieci volte la vita prima di apprendere a decomporre la più semplice delle nostre fisonomie, a risolvere la più facile delle nostre contraddizioni. Forse il piccolo è più difficile del grande, forse il microscopio ha più secreti del telescopio. Nemmeno le grandi donne vi riescono: guardate la Stäel, George Sand, Giorgio Eliot, Elisabetta Browning, e paragonatele a Balzac. Le loro analisi femminili sono le più monche e le più false della letteratura moderna: o romanticismo tragico della prima maniera, o romanticismo casalingo della seconda; analisi vera mai. Quante volte Balzac deve aver sorriso dall'alto della sua immensa opera di titano, osservando le grandi scrittrici del nostro secolo salire sulle montagnuole dei giardini per imitarlo, e credere così di riuscirvi. Non si giudica se non ciò che si è oltrepassato; non si ritrae se non quello che ci è sottoposto: noi donne non possiamo comprenderci, e gli uomini non lo possono del pari, se non alzandosi al disopra del rapporto, che li unisce con noi. Dante, Shakespeare, Goethe, Balzac... Anche voi altri siete in pochi. Ma se i primi tre sorpresero i generi e le specie, il quarto fece ancora meglio, e sorprese le famiglie e gli individui. Oggi si vorrebbe fare di più, e Zola studia le malattie; ma ciò è molto meno, perchè le eccezioni sono più facili della regola, ed hanno fatalmente minore estensione e minore profondità. E voi, Di Banzole, dove tendete col vostro povero lirismo filosofico, che non riscalda e non rischiara, che ha tutti i difetti della lirica e della filosofia, quando vogliono diventare drammatica? Voi, che siete sempre al di là del vero, e al disotto del bello: povero romanziere di una nazione, che non ne ha avuto che uno, e non ne ha più; che credete alla necessità di scrivere, mentre potreste fare come me, che racconto solamente...