— Raccontate dunque.

— È vero. Quasi rimpetto al palazzo della duchessa di Campiano, all'angolo di una casetta antica colle bifore, appoggiato ad un pilastro di granito rosso, stava sempre un povero zoppo. I suoi cenci pieni di colori e di buchi avrebbero entusiasmato un pittore, la sua testa fatto fantasticare più di un poeta. Una gran barba, che cominciava a brizzolarsi anzi tempo, gli saliva fino agli occhi, e gli scendeva sul petto. I capelli gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, e quando si traeva il berrettone per tenderlo col gesto umile del mendicante, gli si vedevano incollati sulla fronte, come a certe figure delle stampe antiche. Era zoppo da una gamba, pallido e sofferente. L'enormità del suo piede infermo, tutto fasciato di stracci, spiegava forse l'espressione macilenta del suo viso, e la malinconia del suo sguardo. Aveva gli occhi neri, oblunghi, di un taglio squisito e di una profondità mistica. S'appoggiava su due gruccie; una lunga, imbottita, che gli sorreggeva l'ascella; l'altra piccola, a bastone, sulla quale la sua mano si era deformata nella lunga e faticosa pressione. Da qualunque finestra del palazzo Campiano vi affacciaste, eravate sicuro di trovarlo accanto al suo pilastro, la fronte china, le spalle curve. Quando pioveva, si riparava sotto l'arco della porta più vicina, e vi restava invariabilmente sino all'ora di notte. Quindi se ne andava a passo lento, e mi ricordo di aver sentito più di una volta dall'appartamento della duchessa la percossa cadenzata delle sue stampelle, che nella notte rimbalzava sino ai vetri delle nostre finestre. La mattina tardi, mai prima delle nove, ricompariva al suo posto. Non chiedeva l'elemosina che alla gente ben vestita, ma la dimandava col gesto: si spiccava appena dal pilastro, allungando uno dei bastoni, si protendeva, abbassava la testa, alzava gli occhi con una attitudine da martire. Il suo berrettone, scuro e senza fiocco, era di quelli, che usano i carrettieri nella campagna romana. Ma non ringraziava altrimenti che battendo gli occhi e non invocava mai il nome di Dio. Forse la distinzione delle sue maniere, Donna Augusta ebbe un sorriso, e la sua poca importunità gli valevano la tolleranza delle guardie, e un ricolto quotidiano abbastanza abbondante. Però egli non mutava mai vestito; solamente nell'inverno si ravvoltolava in un mantello vecchio, a doppio bavero, con un grosso fermaglio a catenella di ottone, e si metteva due guanti a maglia senza dita. Il pallore di quel po' di faccia scoperta gli si faceva livido, e l'occhio gli si velava di una lagrima diacciata. Ma nemmeno allora, sotto il peso di quella nuova miseria, apriva la bocca, o faceva un gesto di più. Per una di quelle solite contraddizioni, che sono quasi sempre un'insolente ironia, si chiamava Prospero; e i monelli, che qualche volta avevano cercato inutilmente irritarlo, lo avevano battezzato Prosperaccio. A pochi passi, svoltando, v'era la chiesetta di santa Barnaba, nella quale la duchessa andava quasi sempre la domenica a messa. La messa era alle undici e mezzo. Appena ella usciva a piedi del portone, Prospero, che spiava chissà da quanto tempo, si raddrizzava alla meglio, tirava indietro il piede ammalato, e si cavava il berrettone come i devoti all'avvicinarsi del viatico. La duchessa ne sorrideva nel suo interno, e gli dava invariabilmente mezza lira. Ma neanche a lei Prospero aveva mai detto grazie colla voce. Se fra giorno la duchessa usciva a piedi, sola, e passava dall'altro canto della strada, Prospero non le andava incontro ad importunarla; restava addossato al proprio pilastro, dritto nella posa più composta, e si cavava il berrettone senza curarsi che la duchessa lo vedesse o no, e gli rispondesse con uno dei suoi invisibili cenni del capo. Se la duchessa gli passava vicino in compagnia di qualche amica, Prospero si traeva rispettosamente il berrettone, ma non lo allungava. La duchessa colpita da questa discrezione piena di buon gusto lo aveva elevato a suo primo povero, e ne aveva parlato colle signore. Qualcuna era passata apposta di lì per conoscere Prospero, gli aveva fatto l'elemosina, ricevendo lo stesso ringraziamento muto, e riportandone la stessa buona impressione. Ma a poco a poco Prospero era entrato nel palazzo di Campiano. Non che vi avesse mai posto il piede, ma aveva attirato l'attenzione dei domestici, sempre pronti a sorvegliare le preferenze dei padroni; e la sua sorte se ne era ancora avvantaggiata. Le cameriere gli davano qualche soldo, gli sguatteri qualche avanzo. Egli accettava tutto cogli stessi buoni modi, ma non parlava che con una vecchia guardarobiera, la quale, passandogli innanzi, si fermava sempre a dirgli qualche cosa. Non so qual genere di amicizia fosse la loro, ma ella se ne vantava cogli altri servitori, e aveva potuto parlarne anche colla duchessa, che aveva sorriso. Prospero, raccontava la vecchia, le dimandava sempre nuove della salute della signora duchessa, parlava di lei come di una santa, e le augurava tutte le felicità; una volta aveva persino chiesto se era contenta al mondo, e se andava bene in famiglia.

— Figuratevi, tutti l'adorano.

— Lo credo bene — aveva risposto Prospero; poi aveva strizzato gli occhi soggiungendo: — e col signor duca?!

— Ma si adorano: non vi è mai stato marito e moglie che si amino di più.

La duchessa sorrideva sempre di questo racconto, che l'altra le ripeteva ad ogni caso, con intenzione maligna, mentre invece chissà cosa aveva raccontato a Prospero sulle relazioni intime della duchessa col duca.

Infatti la loro freddezza non poteva essere un secreto nel palazzo. Il duca allora aveva una ballerina celebre, che gli costava più di uno scandalo. E poco a poco io stessa mi ero interessata a quel povero zoppo. Qualche frase della duchessa, la miseria pittoresca degli abiti di lui, l'espressione quasi mistica della sua faccia, il suo contegno, la immobilità della sua vita, lì, all'angolo di quella casa, mentre tutta Firenze gli si agitava incessantemente intorno, me lo richiamavano tratto tratto alla mente con una di quelle insistenze inesplicabili, le quali ci producono la sensazione indefinibile di qualche cosa, che stia per aggiungersi alla nostra vita, di un altro filo, che entri nella nostra trama. Ma quando gli passavamo innanzi colla duchessa, siccome gli guardavo nella faccia, egli evitava costantemente, e con una specie di paura, il mio sguardo. La duchessa invece arrivava qualche volta perfino a sorridergli. Una domenica di primavera, che ritornavamo da una visita, la duchessa aveva un mazzo di viole bianche ad un bottone del cappotto: quella mattina ella era di una gaiezza eccessiva: appena vide Prospero si cercò in tasca il portamonete, ma non trovandoselo, si sbottonò il cappotto:

— Poveraccio! — esclamò col suo riso inimitabile — dammelo tu, Augusta.

Gli eravamo già davanti. Prospero, che si era tratto rispettosamente il berrettone vedendoci spuntare all'angolo della strada, si curvava già per il suo inchino, quando la duchessa nel riabbottonarsi il cappotto perdette una viola. Malgrado la difficoltà di quell'attitudine e della gruccia, colla quale si sorreggeva, Prospero si precipitò per raccoglierla con tale violenza, che gli strappò un urlo sommesso di dolore; si rialzò pallido come uno spettro, e mentre stavo per aprire il mio portabiglietti, ci disse con accento cavernoso:

— Se la mi permette, tengo questa.