La preghiera andava alla duchessa, ma era rivolta a me. Lo sentii, e sentii che Prospero mi temeva. La duchessa soffocò una risata al complimento, lo ringraziò con un moto di testa come avrebbe risposto in un salone alla galanteria di un principe del sangue, e passammo oltre. Ne scherzò meco lungo tutta la strada, poscia non ne parlammo più. Poco dopo io partii per Ostenda. Quando ritornai, qualche cosa era accaduto fra il duca e la duchessa. Una sera d'estate, che uscendo dal Niccolini si erano fermati a prendere un sorbetto al Bottegone, una ragazza ed un vecchio vennero a piantarsi davanti al loro tavolino. Il vecchio suonava la viola, la ragazza cantava accompagnandosi sulla chitarra. Quella ragazza, l'ho poi vista molte volte, era di una rara bellezza, sebbene già avvizzita. Si diceva spagnuola, e vestiva il costume andaluso come lo acconciano in teatro, ma forse non era che siciliana. I capelli di un nero senza nome, pieni di ondulazione e di lampi, le incorniciavano con civetteria di ritratto il volto livido ed ovale. Aveva una fronte molto alta, con due sopracciglie troppo sottili, ma di una grande purezza di disegno, sopra due occhi, dei quali era impossibile immaginare gli eguali. Erano così profondi, che di primo tempo non se ne sentiva la grandezza: avevano le palpebre quasi lunghe come la frangia della gonnella, e una luce che teneva dell'abbarbaglio. Il naso leggermente ricurvo colle narici palpitanti le dava un profilo da uccello di rapina, mentre le labbra, rientrando, le lasciavano trasparire la bianchezza stridula dei denti di porcellana. Era di mezza statura, le spalle piuttosto curve, i fianchi arcuati, le braccia lunghe; ma il busto, a colori sotto la baschina nera, le rialzava il seno con una temerità, che aveva quasi della violenza, e dava al difetto delle sue spalle e dei fianchi tutta la provocazione, che possono contenere questi due deliziosi difetti. Infatti il suo collo era curvo come le sue spalle; pareva tutta un po' curva, col seno troppo alto come le donne, che sapendone profittare, vi mettono col piccante di una sincerità la tentazione di tutte le interpetrazioni. Quindi camminava quasi sempre a testa china, appoggiandosi naturalmente la chitarra sul grembo turgido come il seno. Spesso pure si guardava i piedini, i più piccoli che io abbia visto, calzati invariabilmente di una scarpetta scollata, di pelle bronzina, sopra le calze di una tinta molto pallida. Ma quando guardava era un'impressione di luce come il muoversi di uno specchio, dentro al quale mille lingue di fiamme vampeggiassero e svanissero. Però la sua voce stridula sarebbe stata insopportabile senza la stravaganza di quel costume, e la poesia della sua figura. A Firenze le avevano messo nome la Gitana, ed era l'avvenimento di tutti i caffè. Una folla di ragazzi e di donne la seguivano di uno in altro più per vederla che per udirla. Ella cantava una romanza spagnuola, o togliendo di mano al vecchio, un insipido figurante, la viola, vi suonava alla meglio un fandango. Quando aveva finito si traeva di tasca un piattino bianco, e andava disinvoltamente in giro, destreggiandosi tra le frasi e le occhiate. La prima sera il duca e la duchessa si erano fermati ad udirla quasi con piacere; ma, tornandosi a casa la sera dopo, allo svoltare di una strada avevano trovato la Gitana. Il duca, pretestando di essere aspettato altrove, aveva lasciato la duchessa al portone, ed ella si era naturalmente immaginato che ritornasse sulle orme della Gitana. Infatti era stato così. La duchessa, che non poteva essere gelosa, non si sarebbe occupata di questa nuova avventura, se il duca non si fosse imprudentemente mostrato la notte in ogni caffè di Firenze dietro la Gitana, come un novellino. Le amiche della duchessa si affrettarono quindi a pungerla con nuove malignità; e, malgrado che ella ne ridesse con una gaiezza fino ad un certo punto sincera, la sua indifferenza non giunse a togliere ogni alimento alla loro cattiveria. O il duca impazzisse davvero, o qualche cosa di funesto dovesse cadere sulla famiglia Campiano, il suo carattere si era fatto piuttosto chiuso, perdendo così col bell'umore la sua sola grazia. Un'altra sera, al Bottegone, che la marchesa Erminia d'Armillara era colla duchessa e col duca, la Gitana venne a postarsi davanti al loro tavolino. Io ero a pochi passi col povero Rattazzi. La Gitana aveva rinnovellato il proprio abito, conservandone ed arricchendone il costume. La baschina nera ricamata in oro sfolgorava, il busto aveva un balenio d'iride, le calze erano di seta, e un magnifico fornimento di corallo rosa le ornava la testa ed il collo, i polsi e gli orecchi. M'ingannai o mi parve che ella mettesse una speciale intenzione nel prescegliere il tavolino della duchessa, la quale naturalmente finse di non accorgersene.
Quella sera i tavolini erano più affollati, la gente gremiva il marciapiede: sarà stata circa un'ora; non passava più alcuno per la strada. Tutta quella gente che si era fermata al caffè veniva da teatro. La Gitana cantò una romanza napoletana, come un complimento, che ella spagnuola facesse all'Italia, e che la goffaggine del suo accento straniero rendeva più grazioso. La canzone aveva il colore e la nudità del mezzogiorno. Il pubblico, in quell'ora per la maggior parte di giovanotti eleganti, l'accolse con una simpatia clamorosa: e quindi s'intesero dei bisbigli, che scoppiarono al finale in un motteggio di applausi. Ma tutta quella folla aveva penetrata la oltraggiosa intenzione della Gitana; la presenza della duchessa atteggiava quasi drammaticamente la volgarità della scena. Il duca, che non poteva non provare quella tensione, profittando del cicalio della duchessa colla marchesa D'Armillara, per una delle sue morbose vanità di scandalo, si mise francamente a guardare la Gitana. La quale cantò la romanza più malamente del solito. Si volle il bis, la replicò, la dovette replicare ancora, e andò in giro. La duchessa, che non perdevo d'occhio, ebbe un'occhiata sublime di indifferenza quando la Gitana le si presentò col piattello: mi sembrò che l'altra trasalisse, ma certo trasalì la folla, che passò istantaneamente dalla parte della duchessa. La Gitana proseguì la questua sotto il nuovo peso di tutti gli sguardi e la percossa di tutte le parole, e si fermò davanti a noi. Il povero Rattazzi la guardò attraverso i suoi occhiali usi a scrutare dappertutto, la prese, la gittò dentro uno dei suoi motti, profondi e freddi come un pozzo. In quel momento alla luce di un fanale scorsi Prospero appoggiato all'angolo del Duomo, che seguiva collo sguardo la Gitana. Non so perchè fremetti. Poi la Gitana prese dal vecchio la viola e suonò la nuova canzone di Piedigrotta con una posa più corretta di artista: salutò, partì, gran parte del pubblico fece altrettanto. Allora me ne andai io pure senza parlare alla duchessa. L'indomani ricevetti un suo biglietto pressante; risposi che non avrei potuto sull'atto, e che a sera sarei passata al suo palazzo. Mi aspettava: era agitata, una collera fredda le balenava dagli occhi. Senza darmi nemmeno il tempo di interrogarla, mi raccontò come il duca volesse invitare la Gitana per la loro ultima serata d'addio agli amici, prima di partire per Sesto Fiorentino. La duchessa aveva sulle prime creduto ad uno scherzo di cattivo genere, ma egli si era fatto serio, mettendosi a spiegarle tutte le ragioni in favore della propria proposta. Certo la Gitana era tutt'altro che una buona cantante, ma essendo spagnuola, col costume spagnuolo, suonando dei balli di Spagna, offrendo così l'occasione di improvvisarne qualcuno colle nacchere, diventava più che possibile in una serata di amici, che l'avrebbero presa come un anticipo sui divertimenti della campagna. E il duca tornava sullo scherzo con quella persuasione dei propositi deliberati, che fanno sentire sotto la gaiezza dell'accento l'irritazione di uno sforzo. La duchessa offesa più nel suo orgoglio di dama, che nella sua dignità di donna, si era opposta con risolutezza sprezzante, senza degnarsi neppure di cercare se sotto quella sconvenienza si nascondesse una abbiezione. La discussione, lunga e difficile per se stessa, si era finalmente conchiusa in un alterco; ma siccome il duca non poteva addurre altre spiegazioni a questo capriccio che la propria volontà, la duchessa aveva allora dovuto provarne la percossa come donna. La sua testa ne aveva rintronato, immaginandosi subito che quello fosse un proposito della Gitana per mettersi meglio in voga, una condizione infame che gli avesse messo ai propri favori. Qualunque altra donna al posto della duchessa avrebbe trovato nello sdegno o nel dolore della propria coscienza la forza di umiliare o di convincere quell'uomo: sarebbe stata solenne nel silenzio, e eloquente nelle parole; avrebbe avuto di quelle frasi che tolgono il respiro, di quelle osservazioni che dissolvono ogni pertinacia. Ella non trovò nulla. Non contrappose che la propria vanità di dama, non invocò che le convenienze dell'etichetta: poi gittandosi nell'ironia, senza osare di strappargli il secreto, volle flagellarlo col ridicolo di ricevere condizioni chissà da chi e a che prezzo, mentre tutta Firenze ne rideva. Il duca, che non mancava al tutto di spirito, l'aveva rimbeccata; i sarcasmi erano arrivati fino alle insolenze, le insolenze quasi alle minaccie. Ella già impaurita aveva allora dichiarato che ritirerebbe gl'inviti: egli l'aveva guardata freddamente negli occhi, e l'aveva sfidata a questo coraggio. Quello sguardo l'aveva atterrata. Il duca se n'era andato intanto che ella scoppiava a piangere; e in quel momento, raccontandomelo, le lagrime le tornavano nuovamente agli occhi. Sulle prime aveva pensato di dare la serata, e di mancarvi con un pretesto qualunque; ma poi aveva riflettuto che la sua assenza renderebbe anche più viva l'ingiuriosa presenza della Gitana nel suo salone. Era pallida, cogli occhi gonfi, la testina arruffata e spiritata. La inanità della sua natura si rivelava tutta in quel frangente, guadagnandovi quasi una grazia di bambino. Le idee più strane, i divisamenti più inconcepibili le si affaccendavano nel discorso; poi ne smarriva il filo, e si abbandonava a lagnanze di un comico irritante. L'ascoltai pazientemente. Però siccome non le rispondevo, alla fine s'inciprignì anche meco. Le amiche l'abbandonavano. Invece non volevo che vedere a qual partito si appiglierebbe; ma non ne trovando, conchiuse quasi sbadatamente di avermi mandato a chiamare perchè le dissuadessi il marito. Allora le feci notare la sconvenienza di invocare un estraneo in questo loro pericoloso dissenso; se non che mi interruppe, e passandosi la mano sulla fronte con un gesto carino, inesprimibile di superbia, disse: parliamo d'altro. Quindi si mise per altri argomenti senza però diventar più calma. Eravamo nel suo salotto favorito, una scatola di raso, un astuccio delicato per una preziosa pupattola. Malgrado il turbamento di quella giornata, ella aveva trovato il tempo per una toletta dolcissima, di un buon gusto minuzioso, che finiva di togliere alla sua figura ogni supposizione di forza, per lasciarla come dentro un vapore bianco, un'aria profumata. Nessuno dei suoi lineamenti esprimeva un pensiero, nessuna delle sue contrazioni tradiva una passione. Allora la richiamai al primo discorso, promettendole di fare ogni possibile per distogliere il duca dal suo tristo capriccio, se le circostanze me ne porgessero il destro. Ella mi enumerò quindi tutte le necessità dei riguardi mondani, il rispetto del nome, del salone, degli invitati, e conchiuse:
— Infine anch'io sono donna.
Quando uscii dal palazzo rividi Prospero non più appoggiato al suo pilastro, ma dirimpetto al portone. Erano le dieci. L'osservai meravigliata di quella sua ora insolita, e mi parve che egli pure mi esaminasse; ma i miei cavalli partirono rapidamente, e lo perdei. L'indomani mi fu impossibile vedere il duca; assunsi qualche informazione, e seppi che tutte le sere andava dalla Gitana, la quale abitava il pianterreno di una casipola a S. Spirito. Recandomi quindi dalla duchessa, per strada, vidi la guardarobiera stretta in colloquio con Prospero al solito pilastro. Credetti che si trattasse di una confidenza, perchè parlavano in fretta, a bassa voce, Prospero cogli occhi fissi al suolo, come chi stia per prendere una risoluzione, l'altra con gesti concitati, guardandosi spesso intorno. Quando mi scorse, sussultò, ne diede l'avviso a Prospero, che levò repentinamente la testa, scambiarono ancora una parola, e si separarono. Ma la vecchia forse temendo che la interrogassi, invece di entrare a palazzo, tirò oltre. La duchessa non era in casa. Ripassando dinanzi a Prospero mi sembrò che fosse più pallido e sofferente, si trasse rispettosamente il berrettone, ma non me lo tese. Io stessa ero nervosa: nella sera Rattazzi venne a vedermi, e mi distrasse. Eravamo alla vigilia dell'ultima spedizione di Garibaldi a Roma, vi basti questo. Rattazzi mi espose il proprio piano, nel quale il pubblico non doveva capir nulla, come infatti avvenne, e che doveva attirargli, sulla sua piccola testa di grand'uomo, la esecrazione temporanea di tutto il paese. In quel momento Rattazzi era persino bello: i suoi occhi bruni ed acuti come la punta di un succhiello avevano attraverso gli occhiali un dardeggiamento assiduo ed insopportabile; le sue frasi scattavano, la sua ossuta figura di scheletro pareva slogarsi a certi gesti terribili ed imprevisti. Il duca e la duchessa colla miserabilità dei loro dissidii mi passarono quindi di mente; ma all'indomani la Gazzetta d'Italia annunziava che la Gitana era stata uccisa nella notte, tornandosi a casa, per un viottolo presso S. Spirito, da un accattone zoppo, che si chiamava Prospero. Compresi subito che doveva essere lui. Il giornale raccontava tutti i particolari della tragedia. Pareva che da qualche notte lo zoppo pedinasse instancabilmente la Gitana; e più d'una volta, fermandola per chiederle l'elemosina, avesse tentato di parlarle: ella gli aveva badato poco o punto, finchè l'ultima sera aormandola sempre a poca distanza, Prospero l'aveva raggiunta per quel viottolo deserto. Era oltre mezzanotte, non passava anima viva. Prospero si era levato il berrettone colla sinistra, tenendolo umilmente; ma la Gitana, importunata, gli si era rivolta di mal garbo, e il vecchio suonatore lo aveva minacciato. In quello stesso punto Prospero si era allungato improvvisamente vibrandole una orribile coltellata nel seno: la Gitana era caduta gittando un urlo straziante, il vecchio si era slanciato; ma, vedendo l'altro col coltello fumante, aveva pensato meglio di darsela a gambe, mentre Prospero, che, perduto l'equilibrio, si reggeva a stento sul bastone, traboccava egli pure sul corpo insanguinato della Gitana. La strada era deserta, il vecchio suonatore scomparso cacciando stridi da spiritato. Che cosa si fossero detti quei due in quel momento nessuno lo sapeva; ma quando sopravvennero le guardie, e fu prontamente, la Gitana era morta. Due seconde coltellate, una alla gola e l'altra al cuore l'avevano quasi dissanguata; Prospero, che le aveva lasciato il coltello nell'ultima ferita, tentava di rialzarsi sulla gruccia. Alle interrogazioni violente delle guardie, e a tutte le irruenze dell'altro vecchio, che vedendolo disarmato voleva finirlo, non aveva risposto una sola parola; solamente aveva osservato che ammanettandolo non avrebbe potuto camminare; e si era lasciato condurre al primo corpo di guardia. I questurini avevano raccolto la chitarra rotta ed insanguinata; il coltellaccio omicida era terribile, un'arma da beccaio perfezionata da un assassino. Vi ho ripetuto tutti questi particolari perchè mi si sono fissati uno ad uno nella mente. Ma quale era la causa di un simile delitto? La Gazzetta, che vi consacrava un lungo articolo colla compiacenza propria dei giornali per i delitti misteriosi, moltiplicava le congetture più drammatiche, finendo per attaccarsi all'ultima, che Prospero fosse disperatamente innamorato della Gitana. Intanto prometteva per l'indomani altri dati sulla vittima, che pareva una signora napoletana, costretta da una passione infelice a quel povero e tristo mestiere. Tutta Firenze non parlò che del trucissimo caso, e del lungo articolo della Gazzetta; la curiosità cittadina fu eccitata, gli altri giornali intervennero, e allora le ipotesi e le spiegazioni si urtarono. Ognuno conosceva qualche lembo del secreto, qualche circostanza decisiva; fu un pettegolezzo assordante e feroce. Quel dopo pranzo la duchessa era venuta a trovarmi e non aveva dissimulato la propria allegria. Mi assicurò che Prospero era proprio lui, e che era innamorato della Gitana. Siccome lo aveva letto nella Gazzetta, lo aveva già creduto. Avrebbe desiderato parlarmi del duca, ma voleva essere interrogata, e non lo feci. Allora l'inconscia brutalità del suo egoismo, che in quella tragedia, forse degna di un grande poeta, non vedeva se non il trionfo legittimo di un'etichetta, mi irritava contro di lei. Domenica sera la sua ultima serata non avrebbe una stonatura! Ma fossi troppo aggrondata, o ella sentisse confusamente in me la cattiva impressione dei suoi discorsi, e ne temesse qualche scoppio, mi fece ancora un complimento, e se ne andò. Seppi che la sera di quel giorno il duca partì per Sesto Fiorentino. L'avventura ben altrimenti sanguinosa di Mentana mi fece presto scordare di Prospero; quando, molti mesi dopo leggendo nella stessa Gazzetta il resoconto del discorso di Rattazzi, quel capolavoro che durò tre giorni e che io andavo religiosamente ad ascoltare dalla tribuna diplomatica, mi cadde sott'occhio l'annunzio della causa di Prospero. Era per l'indomani. Difendeva un avvocato di nome ignoto come accade sempre per i poveri; un giovane, che adesso è una piccola celebrità ed un piccolo talento. L'indomani Rattazzi non parlerebbe. Decisi quindi che sarei andata alle Assise. La sera m'incontrai da Gino Capponi colla duchessa, la quale aveva pure letto l'annunzio, e si sentiva la medesima voglia: concertammo di esservi insieme. Era una magnifica giornata. Andando a prendere la duchessa nella mia carrozza, rividi il pilastro abbandonato di Prospero, e tutti i particolari e le congetture della catastrofe mi si affollarono torbidamente nell'anima.
Un mistero così profondo, che nessuno l'aveva ancora penetrato e che non si scoprirebbe nemmeno al processo, stava forse in fondo a quella tragedia di strada. Perchè Prospero aveva ucciso la Gitana? La supposizione che fosse innamorato mi pareva, non so perchè, assurda: ma ero altrettanto sicura che Prospero l'aveva uccisa per conto proprio, e per una ragione non vile. In quel momento la sua fisonomia mistica e indolorita di martire, condannato a vivere del proprio martirio, mi riappariva al pilastro, e mi commoveva. La duchessa, vestita con un'audacia piena di colori, abbottonandosi in quell'istante un lunghissimo guanto, mi si rivolse, e col suo accento leggero:
— Ti ricordi, Augusta — proruppe — la mattina della viola?
Quando entrammo alle Assise la folla ingombrava i pressi e lo scalone: era un viavai, un romorio confuso e crescente. I ricordi si risvegliavano, la causa minacciava di farsi grossa. Potemmo a stento aprirci il passo, e coi biglietti d'invito essere introdotte nella tribuna. La sala era così gremita che le teste vi formavano un ciottolato; le signore abbondavano, alcuni avvocati illustri erano nei posti distinti e nelle tribune. Guardai Prospero. Nè la sua faccia, nè i suoi abiti erano cangiati. Stava seduto sulla ignobile panchina, la gruccia distesa lungo la gamba, e l'altro bastone fra i piedi: non pareva nè turbato, nè avvilito. Col berrettone a fianco e la testa nuda conservava il solito contegno rispettoso; solamente quella depressione dei capelli, che gli cadevano sulla fronte, lasciandogli quasi calva la nuca, gli dava un'aria anche più mistica. Il suo giovane avvocato in toga era più pallido e più nervoso di lui. Naturalmente egli dubitava di se stesso, mentre l'altro era sicuro della propria condanna. L'arrivo della duchessa, una delle glorie mondane di Firenze, produsse un movimento nella folla: le teste si agitarono e si volsero; quindi corse un bisbiglio insensibile, che ella colse a volo come un profumo. Il suo volto sfavillò. In quel momento Prospero si torse verso di noi e vide la duchessa, che innanzi a me coll'abito vivacissimo attirava tutti gli sguardi. Una vampa di rossore gli bruciò istantaneamente sulla faccia, poi si fe' pallido, e rimase su lei coll'occhio sbarrato. La duchessa, che guardava giù nel pubblico col canocchiale, non aveva ancora osservato il reo. Il cancelliere seguitava a leggere l'atto d'accusa, mentre sul tavolo, dinanzi al presidente, il coltellaccio omicida gettava qualche bianco riverbero, che finì per attrarre gli occhi della duchessa. Ella me lo indicò con un gesto di orrore, riportando istintivamente lo sguardo sull'accusato. Quando il presidente, un vecchio in capelli bianchi, cominciò l'interrogatorio, si fece nel pubblico un silenzio di statua: Prospero tentò di sollevarsi sulle gruccie, il presidente lo invitò con parole gentili a rimaner seduto, ma egli volle alzarsi egualmente, e si atteggiò come al pilastro. La sua figura di mendicante impietosiva, il suo piede enorme entro quel fagotto di stracci sembrava rendere impossibile tutto il racconto dell'accusa. Nessun lineamento della sua fisonomia, nessuna attitudine del suo corpo tradiva lo sforzo di un'ipocrisia, o una qualunque tendenza sanguinaria. Un fremito di pietà e di simpatia corse nel pubblico. Prospero disse nettamente, con voce cavernosa di malato, il proprio nome, e quando il presidente gli domandò se ammetteva di aver ucciso la Gitana, alzò gli occhi verso di noi, e rispose:
— Sì.
— E la ragione?
Prospero abbassò la testa, come allorchè ringraziava dell'elemosina, e non disse altro, solamente fece un gesto di stanchezza. Il presidente se ne avvide, e gli ripetè l'invito di sedere, che questa volta egli accettò. Quindi non aperse più bocca. Invano il presidente mise tutto in opera, esortazioni, consigli, minacce, spiegandogli come quel mutismo potesse nuocere alla giustizia, e a lui stesso nell'animo dei giurati. Prospero sembrava ascoltarlo attentamente, ripeteva ogni tanto quel cenno, che poteva parere ad un tempo di ringraziamento e di scusa, ma non parlava, non si muoveva. Tutti gli occhi della gente erano conversi in lui, tutti i pensieri, e tutte le volontà di quella massa gli pesavano addosso. Furono cinque minuti drammatici e febbrili. Prospero vinse. Il suo avvocato, il Pubblico Ministero stesso lo esortarono con parole, nelle quali vibrava una persuasione sincera, una benevolenza quasi eccessiva: ma egli ripetè ad entrambi il suo cenno umile, quasi di rammarico, e non parlò. Il pubblico affaticato da quella tensione ruppe in un chiacchierio fragoroso, mentre il presidente dava la parola all'accusa. Il magistrato fu limpido e tagliente; riassunse con sobrietà di grande oratore il fatto, urtando nel mistero di quel mutismo senza curarsi neanche di sfondarlo con un'ipotesi e concluse per l'assassinio premeditato senza circostanze attenuanti. Prospero fu impassibile. Toccava all'avvocato. La sua estrema pallidezza e il suo volto convulso attrassero persino l'attenzione dell'accusato. L'esordio fu rettorico ed infelice; ripetè senza profitto per l'accusato il racconto dell'accusa, andando innanzi sulle frasi, affettando un talento di romanziere, che analizza dipingendo e trova nell'analisi l'argomento della difesa. Poichè non si scorgeva un movente al delitto, dunque mancava. Prospero era pazzo.