— La viola! — ella replicò con atto nervoso — non vi basta questo per la vostra novella? La viola gliela vidi cader di mano; ma la duchessa non lo ha mai saputo, perchè se glielo avessi detto ne avrebbe insuperbito, e non lo meritava.
La notte era tiepida, il lago ancora lontano.
— Ritorniamo — disse donna Augusta e ne diede l'ordine al cocchiere.
Quel racconto l'aveva così agitata, che me la sentivo fremere vicino. La luna alta sopra la carrozza dava alla sua faccia come il pallore di una lunga emozione, che da quel racconto prolungandosi attraverso altri ricordi si perdesse in un tetro presentimento. Ma la curiosità mi rimorse, e senza badare alla sua meditazione:
— Prospero fu condannato?
— Ah! — ella proruppe con un impeto quasi sdegnoso — siete dunque un romanziere da epilogo, il quale accompagna tutti i suoi personaggi fuori del dramma, sino alla tomba, per convincere bene il lettore che si tratta di un fatto vero e che egli non vi ha colpa, se sciaguratamente il fatto fosse brutto. Ma, mio povero Di Banzole — proseguì con ironia sibilante e sferzandomi il volto cogli sguardi — non avete dunque ancora compreso con tutto il vostro lirismo filosofico che il dramma avviene negli individui, ma non è l'opera speciale di nessuno di loro; che essi vi entrano senza capirlo, vi periscono senza saperlo, ne escono senza accorgersene: che in fine vi hanno la parte della grandine nella tempesta? Che cosa ne è dei suoi grani? Poichè avete tanto bisogno di saperlo, il loro diacciuolo ridiventa acqua, l'acqua vapore, il vapore diacciuolo, quindi grandine e daccapo la tempesta. Che cosa è il dramma? Voi dovreste saperlo più di me, giacchè ne scrivete; ma nessuno lo ha ancora ben definito: scoppia nella vita degli individui come in quella dei popoli, qualche volta dura un'ora, qualche volta un'êra. La storia di Roma non è un dramma? Il cristianesimo non è un dramma, come il Giulio Cesare di Shakespeare, nel quale il protagonista muore al primo atto? Dove trovate una tragedia in cinque atti più bella della vita di Napoleone? Il primo atto in Italia, il secondo in Egitto, il terzo a Mosca, il quarto a Waterloo, il quinto a Sant'Elena. Nella vita dell'umanità ogni popolo è forse un personaggio: ebbene, voi, che v'interessate ai drammi, avete ancora indovinato la trama di questo, riconosciuto quali siano i primi attori? Quante comparse mute, o delle quali nessuno ricorda più adesso le poche parole! Il dramma è molto ricco, poichè muta spesso di scena: il primo atto è stato tutto in Asia, il secondo in Europa, il terzo è cominciato col secolo in America. Dove sarà il quarto? Chi eseguirà il quinto? A chi è destinato questo spettacolo enorme, del quale l'illuminazione costa tanti soli, e nel quale il mutamento di una scena significa quasi sempre l'eccidio di una razza? Il dramma individuale è ben piccolo paragonato al dramma storico, alla tragedia umanitaria; ma tutto è forse riassunto nel dramma individuale. Non sono le gocce, che fanno il mare, i vapori, le nuvole, quindi la grandine e i diacciuoli, dei quali volevate sapere il destino come quello di Prospero? Prospero è perito nell'urto di due estremità. L'ultimo della plebe amava la prima dell'aristocrazia: nella impossibilità di congiungersi, quegli, che si moveva, si sarebbe rotto infallibilmente; ecco il dramma e la catastrofe. Il dramma non riposa sopra un'opposizione di due individui, che non possono nè separarsi nè unirsi, e, della quale la risoluzione avviene nel terzo termine, che è la loro razza? Non vi ricordate più che tutto è triplo, la trimurti indiana, che passa trinità cristiana; il triangolo, che diventa l'emblema di Dio e il cappello del prete; i tre momenti dell'idea brahminica ed hegeliana, le tre grazie e le tre virtù; il parlamento, che è triplo, senato, camera e corona; la famiglia, che è tripla, padre, madre e bambino, o marito, moglie ed amante...
E rise gaiamente. Ma poco dopo arrivavamo in città: il suo palazzo apparì.
— Salite? — mi domandò quando l'ebbi aiutata a discendere.
— Vi ricordate la canzone della Gitana?
— No.