Il suo amore si era dissipato come uno di quei temporali, che intristendo all'alba cielo e terra, si risolvono in uno scoppio, dopo il quale il sole sfolgora e gli uccelli cantano. Finalmente viveva.
Quell'uomo non lo vide più. Invece contrasse qualche amicizia, e il suo dramma essendo rimasto ignorato, il suo ingresso nel mondo potè essere senza scandalo.
In quell'anno conobbe la mamma di Giorgio, giovane ancora, inferma, e sempre nei rimpianti del proprio passato di mezza signora, perduto dietro un uomo, che l'aveva amata tirandosela dietro nella miseria. Poi egli ne era morto, estenuato dal lavoro e dai rimbrotti. Giorgio, bello come un serafino, non bastava al cuore di quella donna ammalata di egoismo; la quale sentendosi peggiorare, volle essere portata al nuovo ospedale, dove la raccomandazione di una signora le aveva fatto sperare un'assistenza piena di distinzione. E là era morta. Anna aveva adottato Giorgio. Quindi cominciò per entrambi una nuova vita. Ella gli aveva fatto un letticciuolo nella cucina, ed un immenso posto nella propria anima. Tutti i rumori folli e le compiacenze chiacchierine della maternità invasero la casetta: due o tre vasi di fiori vennero sul davanzale della finestra, un canarino vi portò la propria gaiezza di bel forestiero, colle piume dorate da un sole più caldo, e il canto appreso da una primavera più bella della nostra: un gatto vi aggiunse un'altra fanciullezza coi giuochi acrobatici e le malvagità carezzevoli. Il deserto fu popolato, la famiglia composta. La domenica, quando uscivano a spasso, la gente si fermava ad ammirare quel bel bambino e quella buona donna, accompagnandoli con un sorriso pieno di benevolenza: fuori per la campagna la natura era una festa. Quell'immenso verde li accoglieva da ogni parte, il cielo aveva delle trepidazioni di lago, il vento delle ondate di profumi; poi, quando ritornavano a casa per la strada umida e buia, il canarino lanciava dei razzi scoppiettanti di note, e il gatto trovava delle parole rauche di gioia, mentre i fiori sulla finestra sembravano pieni di una curiosità affettuosa per i fratelli lontani lungo i margini dei fossi e fra gli spini delle siepi.
I primi anni passarono così. Giorgio andava alla maestra, Anna lavorava più di prima, facendo egualmente qualche risparmio, perchè fra tutti quattro, col canarino e col gatto, un po' di riso e di latte, qualche frutto e qualche erba bastavano a nutrirli.
Poi Giorgio si rivelò.
Ella lo aveva collocato presso un sarto come garzone, dicendogli per incoraggiarlo che così potrebb'essere ben vestito; ma il ragazzo annoiato mortalmente della bottega, dove lo strapazzavano troppo spesso, perdeva le lunghe mezz'ore per istrada ascoltando gli organetti, o dietro un gruppo di suonatori ambulanti. Quindi guardava con ammirazione i loro vecchi istrumenti pieni di gobbe e di malattie: le trombe avevano delle raucedini da invalidi, i clarinetti delle gutturalità cavernose, i violini mettevano degli stridori spasmodici; ma da tutti quei corpi infermi prorompeva una musica chiassosa, una foga di ballo, nella quale la canzone dell'amore tradito metteva a quando a quando un sentimento di malinconia, una soavità sensuale di martirio. E le faccie riarse dei suonatori, sotto i capelli unti e scoloriti dal sole delle grandi strade, avevano un'indifferenza gioconda di chi non serve a nulla e non appartiene a nessuno; una esultanza di festa inesauribile, offerta a tutti, accettata da pochi e nullameno pagata con una elemosina universale. Non erano quasi mai più di tre, qualche rara volta con una donna, più spesso con un ragazzo. Allora Giorgio stentava a frenarsi, e, mentre quegli andava in giro col cappello, invece di buttargli un soldo, che non aveva, si sentiva tentato di dirgli:
— Vengo con te?
Ma i ragazzi avevano tutti un'attitudine stanca, una fisonomia triste, che lo facevano pensare.
E allora in casa cominciò a suonare.
Il primo strumento fu un pettine dentro un foglio di carta, poichè gli organini di latta, a rucchette, costavano fino a dieci soldi, e lasciavano tutte le voci alzarsi insieme ronzando. Il pettine invece bastò per qualche tempo. Era una musica fra il suono ed il canto, che frantumandosi fra quei denti come fra le corde di un'arpa, si ripercuoteva nella carta dando già un suono metallico, una diffusione cristallina alla sua voce. Egli vi ripetè quanto udiva per strada con entusiasmo di fanciullo e di principiante; ma sopra tutto furono canzoni d'amore dalla cantilena dolce e le cadenze affaticate, nelle quali moriva qualche cosa che avrebbe dovuto vivere, sospirava qualche cosa che non aveva potuto respirare.