La mattina presto e la sera dopo pranzo la musica non cessava mai; una ad una tutte le suonate della strada dovevano passare dentro quel pettine e svolazzare nella camera con uno starnazzo infernale, mentre la macchina seguitava a cucire col suo fracasso di telaio, e l'Anna, emaciata dal lavoro, si curvava sulla tela nell'ombra del paralume.

Ma neanche questo durò. Il pettine, che l'accompagnava in tasca dappertutto, un bel giorno fu abbandonato per lo scacciapensieri, uno strumento, che par fatto di uno scorpione, ed ha il ronzio di un'ape. Egli vi si perfezionò rapidamente, poi lo smise per la piva, e giunse non si sa come a possedere un organetto col mantice a pezze e le note raffreddate. Allora gli parve di entrare per davvero nell'arte. Non era più la sua voce incanalata o battuta in un arnese qualunque, una specie di soliloquio, nel quale prevedeva e sapeva già tutto; ma un dialogo vero, dove le risposte dell'organetto avevano una varietà piena di ribellioni e di misteri. Bisognava cercare le note una a una, raggrupparle sotto uno sforzo della volontà, nella forma di un pensiero. La lotta era accanita. L'orecchio, che aveva ritenuto e come contrassegnato tutti i suoni di una canzone, al primo accento di un tasto trovava la traccia della nota vera; e quindi principiava come una caccia. Le mani correvano febbrilmente sulla tastiera, le note vibravano inabissandosi dentro la cavità misteriosa del mantice, ma un dito le afferrava, l'orecchio le ormeggiava, il pensiero tagliava loro la strada, e le ricacciava su, in frotte, sotto i tasti, facendole passare per le feritoie, quasi nel dolore di una stretta, nella foga di una carica.

Se non che le note erano poche, e la canzone, così aitante per strada, usciva storpia dall'organetto. E l'Anna cominciava a protestare. L'organetto con tutti quegli stridori di chiavistello diventava a volta a volta così straziante, che ci voleva tutto quell'affetto tiranno pei bambini e l'amabilità di Giorgio, perchè ella si frenasse nella voglia di scaraventarglielo fuori dalla finestra. Ma il ragazzo fingeva di non accorgersene, o se la irritazione di lei giungeva al colmo, si alzava, e, abbracciandole il collo, le dava un gran bacio negli occhi.

— Ma vuoi dunque diventare un suonatore?

— Sì — aveva risposto colla fronte aggrottata sul cattivo istrumento.

Ma dopo alquanti giorni l'Anna si stizzì davvero. Giorgio era venuto a casa con un violoncello da contadino, comprato per quattro lire in una cocomeraia. Il ragazzo era talmente sudato, che ella ne tremò. Giorgio non rispondeva, posò per terra l'istrumento più grande di lui, e, appoggiando le spalle alla tastiera per sostenerlo, si volse finalmente. Aveva tutte le scarpe infangate, la giacca spaccata sotto le ascelle; ma una speranza indefinibile, un orgoglio di prima conquista gli raggiavano sulla fronte.

Questa volta Anna fu violenta.

— Chi ti ha dato i quattro franchi? — proruppe dopo un gran fracasso di parole e di minacce.

— Beppe; ma gli ho detto che gli lascio le mie due settimane.

— E tu come farai a mangiare?