— Dio.

— Bravo! — esclamò il ragazzo alludendo all'inventore.

Adesso Giorgio aveva trovato un altro grande divertimento.

La sera sulle otto, all'ora del teatro, andava dietro un vicolo, nel quale arrivavano a quando a quando dei brani di opera. Il vicolo era quasi buio e deserto: egli si appoggiava alla parete nell'ombra di una porta, ed ascoltava colla fronte in alto, quasichè dai tetti del teatro s'involassero col soffio della musica le visioni fantastiche della scena. Così le ore gli passavano come minuti. Ma per quanto i suoi sensi fossero fini e l'anima li acuisse ancora, gli accadeva troppo spesso di precipitare nel silenzio dopo di essersi innalzato sulle ali di qualche nota, o di aver turbinato in un pieno tempestoso di orchestra. E allora il dramma, che si agitava lungi nelle profondità imperscrutabili di quei muri, pareva inabissarsi sinistramente nel buio di un sotterraneo. Quindi colla fantasia del ragazzo proclive alla fola, e i sensi sureccitati da quelle crisi violente di musica e di silenzio, si creava una fantasmagoria fosca di visioni: si sentiva il freddo del terrore sulla fronte, vedeva l'ultima luce di un velo bianco nelle tenebre, ascoltava la ressa spaventosa di un passo nell'ombra, un tintinnio lugubre di ferraglia, che discendeva nelle spirali del buio; e, trattenendo involontariamente il respiro, si stringeva al muro, mentre il vicolo gli si allungava davanti nella notte, e il fanale lontano del gas non illuminava alcuno col suo chiarore rossastro. Gli pareva di essere solo, perduto in una sciagura misteriosa: ma d'improvviso scoppiava un altro canto, l'orchestra si appressava colla sonorità trionfale di una banda, i cori arrivavano colla giocondità del loro accordo indebolito attraverso i muri come un rumore discreto di festa, nella quale la voce pura del soprano sparpagliava dei mazzi di note o si alzava in un inno luminoso come un razzo. Poi uno strepito copriva tutto come un ululato di bosco, un fracasso di uragano prigioniero entro una sala, e che stia quasi per sbalzarne la volta. Il pubblico applaudiva: le teste si agitavano, gli occhi balenavano, le mani si percotevano l'una l'altra con rabbia demente, mentre una donna vestita di bianco e d'oro, ritta sui lumi della ribalta come sopra i gradini di un altare, curvava lievemente la fronte raggiante di un vapore di gloria. Allora anch'egli vedeva attraverso i muri, come se si trovasse nella sala; i palchi erano pieni, le signore si sporgevano dai parapetti, metà della platea era in piedi: un'onda di teste rimbalzava e cadeva quasi giù dall'orlo del loggione pieno di urla, l'orchestra era muta, e i suonatori cogl'istrumenti in mano guardavano dentro il palcoscenico, illuminato come il palazzo di un sogno, ricco come la reggia di un imperatore immaginario. Poi una tenda calava su tutto quell'incanto e la reggia spariva. Ma il frastuono della sala cresceva, la tempesta diventava bufera, si udivano grida di trionfo e singulti di naufragio; i lumi roteavano, le teste della platea fluttuavano come la schiuma di un'onda, i veli delle signore tremolavano come altrettante alberelle fiorite che si sfrondino tra il profumo, i bastoni percossi sul pavimento imitavano le vibrazioni secche della gragnuola. L'uragano cresceva, aveva delle folate e delle raffiche, degli aneliti e dei vortici, finchè la tela s'involava ad un ultimo scoppio, e riapparivano la reggia e la regina. Allora era un trionfo, una demenza di evviva, una girandola di sguardi, una pioggia di sorrisi bianchi come i gelsomini; i cortigiani erano scomparsi e le musiche tacevano.

E Giorgio ritto per aria, nel mezzo della sala, simile all'angelo del lampadario dorato, si sentiva spingere dal vento di tutti quegli applausi verso il palcoscenico, sul quale la regina si ritirava l'ultima volta nella maestà del suo paludamento bianco e oro, mentre le ovazioni stormivano ancora, e la tela si abbassava lentamente sugli ultimi fremiti della tempesta.

— Ah! — ruggiva Giorgio scagliandosi sul palcoscenico, di cui non restavano più che il basamento della grande sala e i mobili, intanto che il pubblico, in piedi per andarsene, gli aveva già voltato le spalle.

Ma il telone gli precipitava sul collo come il ferro di una ghigliottina.

Il pubblico non era più quello.

— Ah!

Con quest'esclamazione Giorgio si toglieva quasi sempre dal vicolo, accorgendosi di aver fatto tardi. E nella notte quelle visioni di gloria lo inondavano di splendori. L'ideale della sua arte, così poco mondano per se stesso, si vestiva di quella decorazione, mentre col violoncello fra le ginocchia gli pareva di sospendere ai fili invisibili delle proprie note migliaia e migliaia di anime sconosciute. Allora una grande ascensione avveniva nel suo cuore, come se un altro spirito vi si alzasse nel rossore di un'alba polare, e le parole del violoncello diventassero il suo divino linguaggio.