— Va via, va via — fe' attirandolo come per dargli un bacio, e resistendovi: — corri a casa, e di' che pranzi con me: questa sera avrai la prima lezione.
Giorgio studiava con frenesia. Il suo orecchio era così fino, e le sue mani assecondavano così bene ogni atto del pensiero, che la musica pareva discendergli lungo il braccio e passare sul violoncello, piuttosto che salire dalle sue corde.
Quando Gaspare, per meglio apprenderglielo, insisteva lungamente sull'alfabeto musicale, egli si sentiva come preso d'impazienza; ma appena l'altro toccava il violoncello, la sua attenzione arrivava ad una immobilità, che gli produceva sulla memoria gli effetti prodigiosi della fotografia. Si ricordava ogni scambio di dita, ogni movimento di braccia con tale precisione, che, diventato sordo di un tratto, avrebbe potuto integralmente riprodurre la lezione. Per lui tutto diventava ritmo. In preda ad una fissazione non cercava e non sentiva che la nota; per lui un'associazione di idee era un'associazione di suoni, nè più nè meno che per il pittore ogni oggetto è una sintesi di colori. Quindi colla freschezza sensistica del ragazzo distingueva tutta una scala dentro l'oscillazione di una nota, e decomponendola involontariamente come in un prisma cercava la quantità vera di ogni suono; ma tutto ciò piuttosto per un impeto d'istinto, che per una coscienza di pensiero. E come la fantasia imbarcandosi talora sopra una parola, ma lontano lontano attraverso regioni già scomparse dalla storia, egli si allontanava misteriosamente sulle oscillazioni di una nota, l'orecchio teso come una vela al vento e l'anima più bianca della vela addossata nella sua conca. La gente, non accortasi sulle prime del mutamento, prese quindi a risentirsene, quando le sue disattenzioni diventarono addirittura distrazioni, nelle quali si perdeva lunghissimi tratti. L'Anna taceva o si limitava a qualche amorevole rampogna, ma il padrone, un uomo sulla quarantina, di aspetto bilioso e di umore sempre nero, passava oltre, ed erano scappellotti, che gli rintronavano gli orecchi come colpi di piatti.
Intanto viveva una vita stranamente operosa, giacchè l'Anna lo aveva persuaso a studiare molte altre cose per figurare un giorno decentemente nel gran mondo. Si alzava ogni mattina per tempo, faceva le lezioni, poi andava a bottega, e la sera da Gaspare prima del teatro: quindi tornava a casa, e fino alle dieci era musica. Giorgio non aveva nè compagni nè amici: viveva solo, non parlava quasi mai, ma quella precoce e sfrenata attività cerebrale gli aveva di già mutata la fisonomia. Gli occhi gli si erano fatti più grandi, la fronte più alta, le guancie più pallide, di un pallore quasi cereo, sotto al quale le vene azzurrine sembravano nervature di corolla. Il collo, forse troppo esile per sostenere il peso di quella testa, si era piegato leggermente a sinistra, le spalle gli si erano ingobbite, mentre i magnifici capelli biondi, troppo lunghi per la sua età, gli cadevano ancora in anella, e davano alla sua testa una rassomiglianza meravigliosa col suonatore di violino di Raffaello. E con quei panni poveri e trasandati, i calzoni a pillacchere, che gli battevano sulle scarpe spelate, la giacca più lunga da una parte, un cappello piccolo rigettato sulla nuca, quando passava per istrada cogli occhi inchiodati sui ciottoli, o in alto nella dilatazione di uno sguardo, che non vedeva già più, molte signore si voltavano ad esaminarlo con ammirazione pensosa.
Egli non sapeva nemmeno di essere bello.
Un desiderio lo corrodeva atrocemente senza che osasse aprirsene coll'Anna, della quale cominciava a comprendere gl'immensi sacrifici. Anzi talvolta pensava rabbrividendo a quella sua vita di ragno, sempre cogli occhi sulla tela, il naso affilato dalla malattia, curva sul manubrio della macchina, le spalle negli orecchi e le mani scheletrali piantate sul tavolino come una branca di sparviero. Sempre che entrasse in casa, la trovava nella stessa posizione, ed ella si voltava sorridendo.
Giorgio avrebbe voluto un violoncello, magari cattivo, su cui sfogare il tumulto, che gli intronava la testa. A volta a volta gli pigliava una smania di prove sopra qualche nota o un gruppo, che si torturava ad intrecciare mentalmente di cento guise, per fonderlo poscia in uno scoppio o diffonderlo in una lontananza: poi nella questua quotidiana per le strade raccoglieva troppi motivi, che Gaspare non gli permetteva mai nelle lezioni, giacchè il suonare a mente, diceva lui, guastava l'orecchio e la mano, il sentimento e la testa. Ma gli esercizi del vecchio metodo, col quale Gaspare era diventato suonatore di ultima fila, non bastavano più a Giorgio.
La sua prodigiosa attitudine finiva talvolta per spaventarlo.
— Chi ha inventato la musica? — gli chiese un giorno il ragazzo.
Gaspare rimase sconcertato, e dopo lunga esitanza rispose con un sorriso: