— A tutto — concluse Giorgio troncando il discorso, che aveva già cominciato.
Con questo però il poema non andava innanzi. Allora pensò di farne la partitura per orchestra. Le intestature riuscirono incredibili: Quercie e Pioppi, Il Fiume, I Grilli, Il Sole. E si mise subito a scriverle per impossessarsi bene della natura di ogni istrumento, e farlo poscia passare nel corpo del violoncello. Fu un lavoro accanito e doloroso, nel quale lo sorprese l'inverno. Ma per quegli sforzi l'umore gli si faceva sempre più nero; mentre i lunghi esercizi, massime di notte, quando scendeva di letto e si metteva a studiare il canto di qualche uccello, cominciarono ad irritare la gente di casa. L'ortolana, così commossa alla prima romanza, era adesso più insofferente di ogni altro.
Giorgio non le rispondeva o faceva un sorriso di compassione.
Anche l'inverno passò. Giorgio, che per vegliare al caldo aveva dovuto rifugiarsi nella stalla delle mucche, sentì la primavera con un impeto di gioia. Aveva scritto e rifusa nel violoncello tutta la partitura, un enorme volume diviso in tre libri: Alba, Meriggio, Sera. Tutti tre formavano un concerto di almeno cinque ore. Giorgio ne era talmente entusiasmato, che fra quelle dolcezze di primavera consentì perfino a suonare in un ballo di parrocchiani, dove tutti rimasero inebbriati: quindi il mondo lo riattirò. Conchiuso quel lavoro colossale, provò così vivamente il prurito di parlarne, che prese a frequentare il grande caffè di Scarperia, dove la sera convenivano, coi pochi signori del paese, molte altre persone di buone maniere. Naturalmente Giorgio trasse dai bauli gli abiti belli, e parve loro un gran signore, anche dopo essersi confessato per un artista rifuggitosi in quella incantevole solitudine per accudire ad una grand'opera. La vanità terrazzana ne fu soddisfatta, il segreto di Giorgio circolò, e tutte le ragazze parlarono dei magnifici capelli lunghi del suonatore.
Una sera Giorgio intese annunziare l'arrivo di una famiglia americana, immensamente ricca, alla grande villa presso la casetta dell'ortolano. Parlavano di una ragazza bellissima e stravagante. Tutti raccontavano le sue follie, che a Giorgio parvero, com'erano, le più naturali del mondo; ma, avendo voluto dirlo, dovette accalorarvisi.
— Ah! — esclamò un uomo, che cominciava a diventar vecchio, bella testa di campagnuolo dorata dal sole e animata dalla malizia di mercato. — Ella, signore mio bello, s'innamorerà, glielo predico io.
— Bravo, signor Simone! — risposero in coro.
Giorgio rimase interdetto: poco dopo uscì dal caffè col cuore agitato. Era una notte tiepida. Venne fuori del paese sovra pensieri, e si trovò involontariamente davanti alla villa, che la bella incognita doveva occupare l'indomani, a duecento metri dalla casetta dell'ortolano. Allora per uno di quei tristi ed inesplicabili presentimenti si disse che quella donna gli sarebbe fatale; il sangue gli diè un tuffo, la fantasia gli si accese. Era di primavera, le stelle della notte sorridevano, le acacie all'ingresso del villaggio mandavano a quando a quando un soffio pimentato, le tuberose e le gardenie della villa esalavano un odore più esotico, un sentore aristocratico e strano. Giorgio si sedette sul muricciuolo del cancello; la notte e la primavera lo ubbriacavano. Per molte ore i suoi sensi furono in orgasmo e il suo pensiero non si staccò dalla bella incognita, alla quale si compiacque di attribuire una fisonomia di regina, bruna, cogli occhi enormi, il portamento e le forme superbe. Si coricò quasi all'alba. La mattina presto era già in piedi ben vestito, ma gli americani non arrivarono che sul vespro senza che egli potesse vederli. Quella sera invece di andare al caffè scrisse una romanza con questo titolo: «A te».
Per uno dei soliti casi di vicinato egli potè divenire presto amico dell'incognita, e frequentare la sua villa. La fanciulla non era bella: bionda con due occhi cilestri, un naso all'insù, un musetto rotondo, di un colorito smagliante. Si erano conosciuti alla cascina dell'ortolano, dove era entrata un mattino col babbo, vecchio negoziante arricchito, grasso e bonario, per mangiare delle fragole col latte. Giorgio in quel momento suonava a bella posta. La relazione presto fatta divenne presto intima, perchè Giorgio ebbe per loro il pregio di una scoperta. In casa tutti amavano la musica; Mary, si chiamava così, suonava il piano ai genitori, che, ascoltandola in estasi, ripetevano sempre lo stesso elogio per la musica italiana, la prima del mondo. La madre stava per Verdi, il padre per Bellini; Giorgio invece li disprezzava entrambi, e d'italiani non ammetteva che due antichi, un grande ed un colosso, Palestrina e Marcello. Laonde accaddero frequenti discussioni, nelle quali Giorgio rivelò volentieri il proprio secreto. Allora tutto si mutò a suo riguardo, e mentre prima l'avevano giudicato un povero diavolo, buono per divertirsene in campagna, dopo lo riguardavano col rispetto ossequioso, che talvolta i borghesi milionarii, di temperamento delicato, hanno per gli artisti in genere. Giorgio non disse tutto, nè della propria famiglia, nè come vivesse: solo confessò di essersi ritirato in campagna per scrivere un'opera, che ricusò di mostrare malgrado tutte le seduzioni e le moine. E una volta che Mary ne lo stuzzicava, rispose alteramente che la sua non era musica da signorina.
La ragazza ne fu punta.