Poscia compose un'altra romanza per Gaspare, che, avendola mostrata al direttore d'orchestra, si intese rispondere come fosse piena zeppa di errori grammaticali. Gaspare non volle crederlo; la portò al professore di contrappunto, una gloria del Liceo, il quale, riconoscendovi molto ingegno, ripetè presso a poco lo stesso giudizio. Allora Gaspare coll'anima addolorata aveva scritto a Giorgio di non fidarsi della propria testa per quanto buona, e di venire al liceo per impararvi davvero il contrappunto. La lettera lunga dieci facciate, era piena di contorsioni affettuose.

Giorgio sorrise sdegnosamente, e si disse che cominciava la persecuzione. Se i vecchi professori non l'avessero rinnegato, egli non sarebbe stato un vero rivoluzionario dell'arte.

«Ciò che è grande non cresce veramente che dopo negato», pensò col celebre verso di Hamerling, che aveva trovato recentemente in un libro.

E Giorgio non mandò altra musica al povero Gaspare.

Faceva una strana vita: s'alzava per tempissimo e si coricava tardi. Tutto il giorno lo passava fuori per la campagna col violoncello sul dorso, cosicchè i villani, incontrandolo, stupivano di questo signore, benissimo vestito, colle spalle cariche di una gran cassa come un facchino. Ma sopratutti l'ortolana non cessava dalle dolci rimostranze.

— L'aria della montagna è buona — ella diceva — ma il vento ben capriccioso.

Giorgio aveva finalmente concepito il proprio poema. Se Haidn aveva scritto Le Stagioni, egli scriverebbe Il Giorno. Il giorno non era tutta la vita, poichè la vita non è se non una successione di giorni? Voleva dipingere il preludio dell'alba, le prime tinte opaline, poi le note acute dei rossi sprizzanti dal fondo ancor buio della notte, l'accordo lento dei gialli, l'insistenza tremula dei violetti, dietro i quali bolliva un gorgoglio mano mano più balenante. E allora i boschi stormenti con un fremito indebolito di contrabbassi salgono di tonalità, gli alberi isolati accordano il loro murmure, le siepi seguitano col sordino, i fiori allungano le smorzature. Il gran concerto delle voci sale. I torrenti incalzano col pieno delle riprese, le allodole ripetono i motivi del flauto, il fringuello schizza delle note di ottavino, il bue apre dei muggiti di clarone, gli armenti arrivano con tutta una banda di clarinetti, alla quale gli uccelli mescolano il pizzicato dei violini; e la sinfonia pastorale di Beethôwen si diffonde dalla terra al cielo in un dialogo infinito, cui l'uomo aggiunge un'altra musica, l'idea.

L'alba è piena, il mondo è desto. Poi in mezzo ad un accordo fuso come un unisono, fra uno scoppio abbagliante di gloria, spunta il sole. Tutto sussulta, i colori balzano sugli oggetti, gli occhi sono rivolti in alto. Il mattino riprende la propria festa; i fiori e gli alberi si salutano, tutte le conversazioni del giorno innanzi proseguono, si rintrecciano le commedie degli amori. Le api col vizio mattinale di tutti gli operai bevono i primi bicchierini nelle corolle rugiadose, e il gallo batte l'ali con uno strido dispotico. Solo l'uomo lavora, ma la sua canzone s'innalza gioconda nel mattino fra il rumore degli istrumenti. Quindi i cavalli passano tintinnando colla sonagliera, l'asino raglia stuonato come un corista, il postiglione getta dalla cima dell'alpe lo schiocco della sua frusta, come una battuta di nacchere nel ballo. Il sole monta, è già mezzogiorno. L'ombra sfinita si raggomitola ai piedi degli alberi, i lavoratori meriggiano al rezzo setacciato di una quercia. Per la strada deserta, come nella notte, non passa più che il ramarro, o le lucertole scherzano sopra un pilastro arroventato, mentre dagli alberi, presso e lontano, il coro delle cicale cresce con vibrazione uniforme ed instancabile. Laggiù in fondo l'aria turbina, il cielo pare di metallo bianco: una solitudine ardente si distende sul mondo. Ma in quel silenzio soffocante i gatti vanno a sdraiarsi al sole, e i cani scuotono la bocca bagnata guardando al padrone, che disteso per terra apre involontariamente le braccia e chiude gli occhi. È l'ora dell'amore. La voluttà s'innalza nell'aria come da un braciere, e cade dalle foglie coll'ombra come un refrigerio. Il vento vellica tutte le labbra, il sonno intorpidisce tutte le coscienze. Il sole stesso è immobile: la sua grande pupilla di leone ha un dardeggiamento insopportabile, una fissazione dissolvente. E per la solitudine silenziosa le cicale invisibili rumoreggiano come per coprire discretamente l'anelito di qualche parola, intanto che le messi ondulano, le piante sonnecchiano, gli animali riposano, il sole guarda, il vento sospira, e l'ombra si allunga adagio. Quindi un fremito passa per tutta la natura. Gli armenti escono dai boschi ai prati, il bue ritorna al campo, i viandanti ricominciano a passare per la strada, gli uccelli volano e cantano, l'uomo canta e lavora. Il sole e l'ombra discendono riavvicinando tutti i viventi. Il cielo è tornato turchino, le foglie hanno dei sorrisi più calmi, ogni linguaggio un accento più mite. E a poco a poco i toni si raffreddano. I boschi s'infittano, le vette dell'Appennino si abbrunano, le cicale accordano il loro accompagnamento stridulo col murmure delicato del vento e il susurro più commosso degli uccelli. Ecco il vespero col raccoglimento della sua malinconia e il crescendo del suo pallore. Il sole brucia ancora un istante sulla montagna, l'ombra ha tutto allagato, e la canzone del lavoratore s'interrompe nell'aria fresca tra i richiami dei passeri. È l'ora dell'agonia e della musica umana: mentre la tenebra s'inoltra sul mondo, l'uomo si avanza nell'infinito. Allora la voce gli si affievolisce, e dal cuore misteriosamente commosso gli si alza il canto della sera. Come la natura finisce nell'uomo, la sinfonia conchiude alla elegia fra l'umidore della rugiada, che pare un pianto, e la prima luce delle stelle, che non è ancora un sorriso. Il murmure roco delle foglie somiglia ad un brontolio di trapassati; laggiù i lumi vagabondi delle lucciole simulano il corteo di un funerale, che gli ultimi rintocchi dell'avemaria abbiano annunziato nella sera. La tenebra arriva colla morte, i dubbi cadono dalle stelle. E nella dissoluzione di questo mondo, che gli svanisce dintorno, l'uomo, che non osa parlare, si rifugia nel canto. Gli ultimi ricordi gli prorompono col volo delle nottole da tutti i vani della memoria, le ultime larve sfuggono nell'ombra sempre più densa, le ultime voci si acquetano in un silenzio sempre più lungo. L'uomo non sente più, pensa; l'elegia, che era come la sua orazione sul giorno morente, diviene il soliloquio del suo pensiero.

Così Giorgio aveva sentito e creato il proprio poema. Ma appena si propose di scriverlo cominciarono le difficoltà. Conoscendo troppo poco il contrappunto ed avendone l'istinto, gli scoppiava ad ogni passo nella coscienza il bisogno delle regole negate. Invano per facilitarsi l'ispirazione usciva fuori alla campagna come un pittore, e vi restava le intere giornate; che dovette accorgersi ben presto come l'andare in cerca d'impressioni o di idee prestabilite fosse un'altra follia. Allora colla reazione dei caratteri nervosi si chiuse in casa, dicendosi che ogni sensazione per riuscire artistica doveva subire una lunga incubazione. Per tre mesi rimase invisibile a tutti, scrivendo una pagina e stracciandola cento volte, passando lunghe settimane a perfezionare sul violoncello una nota imitativa. Egli voleva rendervi tutta l'orchestra non solo, ma tutte le voci della natura, dai cori dei boschi ai pieni dei torrenti, dall'accompagnamento insensibile degl'insetti agli a solo dell'usignuolo. E, mentre si stremava contro queste impossibilità, un orgoglio caldo gli andava salendo al cervello, come se in quella ignorata casetta di ortolano egli preparasse una nuova epoca per l'arte, e quella buona gente dovesse apprenderlo un giorno e fare su di lui una leggenda. Quindi fra di loro si faceva più volgare e più povero per raffinatezza di vanità.

Ma un giorno fu quasi per tradirsi col più giovane garzone dell'orto, che avendogli portato da Firenze un grosso pacco di carta da musica, gli domandava a cosa servisse.