Dopo otto giorni la villa era deserta.

Rimasto solo, Giorgio si sentì abbandonato come la prima volta alla morte dell'Anna. Per molti giorni stette chiuso in camera a piangere disperatamente la partenza di Mary fra mille altri dolori di uomo e di artista. Gli pareva di essere un esiliato nel mondo, senza famiglia e senza patria, senza mestiere e senza denaro. Adesso non credeva più neanche alla musica. Che cosa era l'arte, se avendola avanzata di un passo col poema, essa non gli aveva servito nemmeno a soggiogare la piccola testa di Mary? In che consisteva la sua sovranità, se gli artisti dovevano essere sempre poveri e spregiati? E le ultime parole della signora Edvige sul concerto gli cadevano nel cuore come tante goccie di piombo. Non v'era dunque differenza fra il musicista e il saltimbanco? La gente veniva egualmente a vedere o ad ascoltare, gettando la stessa elemosina a chi lo divertiva? Poi Mary gli riappariva, ed egli l'amava appunto perchè era una smentita continua al suo orgoglio, alle sue delicatezze giovanili, alle sue sincerità popolane. Mary camminava sopra di lui come per un campo, stracciando i fiori e lacerando le frondi. L'amava ella? Cosa faceva a Viareggio? Con chi parlava? Con chi rideva? Mille volte al giorno Giorgio soccombeva alla tentazione di andarla a vedere, e di tornarsene incognito; mille volte sul punto di partire aveva paura, e restava. Era una vita d'inferno. Ad ogni ora veniva a guardare la villa abbandonata sperando di incontrarsi col giardiniere e così di penetrarvi: se ne ricordava i particolari più minuti, i discorsi più insipidi, le scene più effimere. Il giardiniere, accortosene, lo canzonava; nel caffè grande di Scarperia facevano peggio. Una sera, che Giorgio vi entrò, le punture furono tali e tante, che accadde una scena. Giorgio dopo di essersi schermito colle insolenze tirò un bicchiere alla testa di un avventore, un uomo sulla quarantina, fortunatamente senza colpirlo, e lo sfidò a duello. La gente, che si era interposta fra i due, aveva quasi voglia di bastonarlo, e gli rise in faccia alla sfida: nel villaggio l'uso del duello non esisteva. Giorgio tornò a casa lagrimoso, e non ardì più di mostrarsi in paese, dove il suo alterco prese proporzioni enormi, e la sua passione per l'americana l'aspetto più grottesco. Mangiava appena, non dormiva più. La notte, due fantasmi inseparabili gli venivano sempre al capezzale, Anna e Mary: Anna non era più gobba, non aveva più quell'erpete sulla faccia, ma i suoi begli occhi di martire brillavano come la stella del mattino.

Mary invece diventò la fidanzata del marchese Soderini, uno dei grandi nomi della Toscana, giovane, bello e povero, che rialzava con questo matrimonio l'antica fortuna della propria casa.

Se Giorgio non ne morì, fu perchè non si muore di dolore; se non ne ammalò subito, la sua vergine giovinezza era ancora troppo forte. Mary non gli aveva più scritto, nessuno si ricordava più di lui, nemmeno il vecchio Gaspare. Allora i disegni più infantili di vendetta gli passarono dinanzi; andare a Viareggio, apprendere per dove erano partiti, poichè si diceva che viaggiassero, seguirli travestito in ferrovia, all'albergo, ucciderli col medesimo pugnale, ed uccidersi. L'ebbrezza del sangue gli saliva al cervello, la sinistra poesia del delitto gli entusiasmava l'immaginazione. Mary avrebbe impallidito vedendolo, gli si sarebbe buttata alle ginocchia pentita, innamorata, perchè quel matrimonio era forse una violenza dei suoi genitori; e allora egli le imponeva di fuggire, tornavano a viaggiare, vivendo di concerti, passando dappertutto come una visione di musica, un fantasma di amore. Oppure se Mary non l'amava, come non lo aveva forse mai amato, imporle un'ultima notte d'amore, un'ora sola di voluttà nel fondo di un sepolcro, e poi al mattino, quando sorgeva il sole, abbassarne il pesante coperchio di marmo, e dormire.

Ma le difficoltà dell'esecuzione impedivano ogni disegno. Pensò di morire da solo, gittandole nell'anima il rimorso di un delitto, e non vi si decise, perchè era troppo ed insieme troppo poco, e per farlo avrebbe avuto bisogno della sua presenza, cadendole ai piedi insanguinato. La necessità di un dramma lo perseguitava: non voleva morire nell'ombra, dileguare nel silenzio. La sua bella testa di giovanetto pigliava una fisonomia dolorosa di sonnambulo, un'espressione di martirio. La notte, invece di coricarsi, usciva pei campi, estenuandosi in corse folli, addormentandosi poi sotto un albero in un sonno pieno di fantasmi e di singhiozzi. E in casa, dove lo spiavano da qualche tempo, cominciavano a stancarsi di lui, che era mezzo matto, che bisognava un giorno o l'altro aspettarsi qualche cosa di grosso; la sua passione per la signorina americana avrebbe meritato gli scappellotti, quelle stranezze quotidiane peggio ancora. L'ortolano voleva cacciarlo addirittura, ma la donna lo proteggeva ancora. E una volta, che ella volle parlargli, Giorgio sulle prime andò in bestia, poi ruppe in un pianto disperato, che fece piangere anche lei; quindi le cadde colla testa in grembo come un bambino.

— Dunque non ha proprio nessuno al mondo?! — Giorgio non rispondeva.

— Si faccia coraggio, passerà: noi poverette abbiamo più cuore, ma le signore... si figuri... Povero signorino!

Finalmente si ammalò. Il medico constatò una minaccia di tifo, che fortunatamente svanì in meno di dodici giorni, durante i quali Mary tornò alla villa col fidanzato. Giorgio non lo seppe, e non seppe nemmeno che la signora Edvige mandasse a prendere sue notizie. Poi un mattino il servitore mancò, perchè i padroni avevano saputo tutto. Appena Giorgio potè alzarsi, ed imparò quel ritorno, volle partire, così ancora convalescente, malgrado ogni rimostranza. Pagò generosamente tutte le spese e gl'incomodi di cui era stato causa, fece i bauli, e sopra una vettura noleggiata a Scarperia partì per Firenze. Erano le quattro dopo pranzo, col sole velato, il vento fresco. Passando dinanzi alla villa, sperava che Mary sarebbe alla finestra e lo vedrebbe pallido come un moribondo, che andava a morire lontano da lei; quindi si era sdraiato nella posa più pietosa, la sua bella testa sopra una palma, senza cappello, coi ricci biondi che gli svolazzavano al vento, il violoncello a fianco nella cassa, il suo piccolo bagaglio metà legato sulla serpa, metà dietro le ruote. Le finestre della villa rimasero chiuse. Invece presso Scarperia fece alzare il mantice della carrozza per non essere veduto attraversando il paese. La sera sull'imbrunire giunse a Firenze.

Il suo primo pensiero fu di scrivere una lettera a Mary. Vi passò attorno la notte, e finalmente al mattino era compiuta; sedici lunghe facciate, un'elegia ed una requisitoria scritta colle lagrime e col sangue. La rilesse ancora una volta inorgogliendone, ed uscì per impostarla. Era più calmo, si cercò quel giorno stesso una cameretta, e vi si rifugiò.

La lettera a Mary rimase senza risposta. Era il mese di settembre coi giorni ancora lunghi e caldi: Firenze abbandonata dai forestieri e dai fiorentini sembrava quasi più bella. Tutte le sere Giorgio andava a vedere tramontare il sole dal cimitero di S. Miniato, e si sentiva una gran voglia di morire con lui in un magnifico vespro, cogli occhi incantati nei suoi ultimi raggi, e gli orecchi pieni dell'ultimo addio, che la terra gli mandava. Poichè nessuno lo conosceva, o gli indovinava dal viso il suo dramma, nessuno doveva udire il suo poema; egli sarebbe venuto a bruciarlo nel cimitero, fra mezzo ai grandi morti nel silenzio della notte. Questo tetro pensiero, che era ancora un pensiero di amore sebbene non volesse confessarlo, gli faceva battere il cuore ad ogni signorina dalla fisonomia straniera, a cui s'imbattesse. Tutte le notti i suoi sogni partivano per Scarperia, e ne ritornavano singhiozzando. Poi il mattino, aprendo la finestra, cercava involontariamente cogli occhi il bianco profilo di quella magnifica villa.