Il camerino era vuoto.
Il cappello a cilindro stava solo nel mezzo del tavolo. Giorgio non vide nemmeno la cassa dell'istrumento, si cacciò il cappello in testa, e si precipitò per scappare: la sala rumoreggiava. Ma in quella rientrarono nel camerino il cameriere e Momo, pallido egli pure come un morto. Giorgio aveva una fisonomia insostenibile; respinse il cameriere con un gesto, respinse Momo che gli tenne dietro, e sempre col violoncello in mano irruppe nel corridoio, calò le scale. Momo tentò due volte di trattenerlo parlandogli: il rumore della sala cresceva, alcuni signori cominciavano già a discendere. Giorgio saltò addirittura gli ultimi gradini, vide un fiacchero dirimpetto al portone, vi corse, vi gettò il violoncello, e quando fu seduto, non ebbe ancora la forza di parlare.
— La cassa? — esclamò Momo, guardando l'istrumento, per una di quelle sensazioni della realtà, inevitabili anche nelle più violente tempeste dello spirito.
Giorgio si voltò di soprassalto, e con un'occhiata che intendeva ben diversamente la sua domanda:
— Domani — rispose.
Fu la sola parola di tutto il tragitto: Momo aveva dato al cocchiere l'indirizzo di Giorgio, ma quando il fiacchero si arrestò, Giorgio prese il violoncello, e impose a Momo di restare. Si era ricomposto, o pareva; solo la voce gli tremava ancora.
— Rimani: ho bisogno di essere solo — disse con accento sicuro.
Momo fe' un diniego col capo.
— Tu hai paura che mi ammazzi — seguitò l'altro con uno strano sorriso — per loro?!
Momo insisteva: allora Giorgio tornò a sedersi, e parlò così lucidamente, con tale tranquillità, che l'altro dovette arrendersi. Solamente nel salutarlo gli appressò gli occhi agli occhi per studiarne bene lo sguardo, e ripetè: