«Eri bello come un angelo, povero Giorgio! Ogni giorno ti facevo sempre più mio come se ti avessi fatto davvero. Tu non puoi ricordartene, perchè i bambini sono senza memoria, ma io mi rammento di tutte le tue cattiverie; ogni mattina ti alzavi più cattivo per me. Dopo che hai avuto il violoncello, io non ho contato più nulla. Tu sei bello e di una razza di signori: io sono brutta, di povera gente, e mi sono ammazzata a lavorare per te. Cosa vuol dire? non ci pensiamo più. Quando sarò morta, fa conto, come ti ho detto, che mi abbiano seppellita dentro il violoncello: te l'ho dato come il capo più caro della mia miseria, tientelo come una reliquia. Adesso, a pochi minuti dalla morte, non ho più vergogna di dirtelo, perchè lo saprai quando sarò spirata: io ti amo, Giorgio. Ti amo come il mio bambino, se ti avessi fatto, come il mio amante, se avessi avuto da te un altro bambino. Ma sono vecchia per te; ho trentasette anni, sono gobba, e non potrei ispirare che un poco di pietà. Figurati se non l'ho capito subito! Ora, che parlo per l'ultima volta, voglio parlare. Diventerai un signore, avrai tante belle donne, che ti ameranno: io non te lo posso impedire, e non lo vorrei: ma pretendo un posto nel tuo cuore, un cantuccio dove non ci sia nessuno, e dove tu verrai tutte le volte che avrai bisogno di una mamma, o di una sorella. Io sarò sempre lì; mentre le altre donne ti faranno delle carezze, o tu ne farai a loro, io ti aspetterò lì colla tua musica; tu dopo farai il confronto fra noi e loro, e ci amerai di più. Nessuno al mondo ti vorrà mai bene come meriti, e come hai bisogno. Si dice che i moribondi vedono nel futuro; bada dunque alle mie parole: nessuno ti amerà come io ti ho amato. Se un giorno non te ne accorgi, non sarai un gran suonatore.
«Non ho più forza di andare innanzi.
«Quando leggerai questa lettera sarò morta: prendila come la preghiera della mia agonia.
«Sta attento. Io non so dove si vada dopo morti, ma fa conto che ti vegga sempre, e se un giorno tu dovessi dimenticarmi, o suonare un altro violoncello, che tu sia maledetto da Dio, e non sappia più nè dove andare, nè dove stare come Caino. Egli non aveva ucciso che suo fratello; tu avresti ucciso tutta la tua famiglia nella tua Anna.
«Ti saluto, e credimi per sempre la tua
«ANNA VENTURI.»
All'ultimo periodo la calligrafia era quasi illeggibile.
Giorgio aveva scorso quella lettera cogli occhi balenanti, e un convulso, che gli faceva tremare tutto il corpo a verga a verga. Aveva i capelli irti, una specie di bava alla bocca. La sua fisonomia era diventata orribile nel terrore, la fronte imperlata di sudore, il corpo raggricciato in una contorsione di vecchio e insieme di bambino.
Quando l'ebbe finita, rimase egualmente fiso, cogli occhi che non leggevano più, la ragione schiacciata nel cervello da un gran dolore improvviso. Tutti i muscoli gli battevano.
— Oh! — mormorò con gesto disperato, tentando di slacciarsi la cravatta per poter singhiozzare; ma non vi riuscì.