Adele Patti dell'Italia vanto,

Qui Felsina beò col divo canto.

Un vecchio dandy con un piede sul parapetto della barcaccia immaginò di agitare il fazzoletto bianco, e tutti lo imitarono con un urrà, di cui gran parte andava a lui stesso: altri gestivano coi cappelli, gli aggettivi più entusiastici e più audaci esplodevano. La folla fraternizzava, tutti vociavano col vicino incoraggiandosi a battere più violentemente, nessuno accennava ad uscire, i volti s'infiammavano come le teste ad ogni squarciarsi e racchiudersi del telone. La Patti correva sola alla ribalta con passo saltellato di fanciulla, sorridendo, ringraziando con un sorriso di vanità intenerita, ponendosi le mani sul cuore, portandosi una volta le dita sulle labbra. Intorno a lei i mazzetti fioccavano percotendola sulle vesti: ella li raccoglieva, ne inseguiva qualcuno, lo raccattava, lo perdeva sempre sorridendo, con una famigliarità di scherzo, con un sollazzo di ricreazione. E il pubblico andava in visibilio di questo sfarfallare della grande artista, di questo giuoco, nel quale egli era il leone ed ella la cagnuola. Poi l'entusiasmo vero lo riprendeva, e allora in mezzo a quella compiacenza metà paterna e metà infantile, ritornava popolo, e le si serrava intorno per alzarla sulle proprie voci se non sulle proprie braccia. Il palcoscenico stesso era invaso: molti, i più fortunati, avevano rotto la consegna, e si erano affollati nelle quinte per stringerle la mano fra una chiamata e l'altra: non si pensava più alla presentazione, al decoro dell'etichetta, alla distanza del genio. Quindi nella dimestichezza della ressa erano spuntati addirittura sul palco, in soprabito e cilindro, in giacca, disinvolti come tanti inservienti, dividendo l'ovazione colla diva, applaudendola dietro la testa, urlandole sul volto i loro complimenti forsennati. Ed ella rideva, facendosi sempre più piccola, discendendo al livello di tutti, curvandosi per cogliere l'applauso di tutti. Un momento, sulla soglia d'una quinta, mentre affranta dall'incessante ringraziare riparava nell'interno, si vide un signore, un vecchio notissimo, trattenerla porgendole da bere in un calice d'argento: era una reliquia, il bicchiere consacrato dalle labbra della Malibran. Ella lo prese con nobile gesto d'orgoglio, e bevve. Il pubblico non comprese, ed applaudì anche più strepitosamente. Intanto nessuno si moveva. Il telone si abbassava e si alzava come al vento, ed ella con quell'abito semplice, il volto ripulito dalla fisonomia biaccosa di tisica, arrivava insino alle barcacce, ai lumi della ribalta, si piegava sull'orchestra più rumoreggiante di tutto il resto del teatro, si gettava nella platea e nei palchi a gesti commossi e graziosi. Ma il loggione, troppo alto e troppo lontano per essere veduto, ingelosiva e lanciava urla, che parevano minaccie: ella alzò una volta il capo, e lo chinò con tale espressione di meraviglia sbigottita, che fu per lui il miglior complimento possibile. Il loggione indovinò e ruggì. Allora dalle sue tenebre, fra gli urli degli evviva e dei bis, una voce più forte di tutto lo schiamazzo ridomandò l'ultima romanza: tutti si volsero ed acconsentirono, le domande s'intrecciavano, si rivolevano tutti i pezzi più belli, ostinandosi in quell'impossibilità di averli con una compiacenza demente ed adulatrice. Giammai tempesta di teatro fu più ruinosa, nè folla più fitta e scompigliata. La maggior parte era in piedi sugli scanni, battendo i piedi, percotendo i bastoni, sbatacchiando i coperchi dei sedili per disperazione di non poter fare di più. Ma se il pubblico non si stancava, la Patti era esausta. Il suo passo diventava lento, il suo gesto spossato: la fatica dell'opera e l'emozione di quel turbine, per quanto vi fosse avvezza, la sopraffacevano. Il pubblico lo sentì, e si acquetò quasi d'improvviso. Ella riapparve ancora una volta, un urrà fece tremare la volta del teatro, e un paio di guanti, lanciato da un palchetto, venne a caderle ai piedi. Era l'ultima follia della sera. Ella lo raccolse con un sorriso, lo strepito ondeggiò, il sipario calò per l'ultima volta. Allora le piccole vanità vollero tentare di mettersi in mostra applaudendo ancora, mentre la folla si voltava per uscire: vi furono sforzi feroci, grida isolate e rauche, parve quasi che l'applauso si ragglomerasse, salì, oscillò, e si disciolse inutilmente. Tutti erano stanchi. Quindi la moltitudine cominciò ad occuparsi di se stessa, e un'altra curiosità la distrasse. Così denso ed illuminato, in quell'ondeggiamento di colori e di persone, il teatro era un altro spettacolo.

Mezz'ora dopo in una piccola bottiglieria presso il Brunetti, affollata di gente, un gruppo di suonatori d'orchestra discuteva la Patti. Erano tutti giovani, che avevano preso nel mezzo Bartolomeo come un giocattolo, ma che nel calore della disputa se lo andavano dimenticando. Il buon uomo ascoltava intontito quella diatriba appassionata, nella quale sfolgoreggiavano le nuove teoriche dell'arte. I nomi celebri abbondavano fra una agglomerazione violenta di giudizi e di osservazioni bislacche, di argomenti acuti e di appunti sensati. Naturalmente Bodoni, il violoncellista, col suo entusiasmo a fondo pessimista, dominava la discussione, animandola. In quel momento lottava col primo violino di spalla, un giovane alto e magro dalla fisonomia malaticcia e l'accento freddo. Era il miglior allievo dell'illustre Verardi, una speranza dell'arte, di già celebre per tutta la città. Bartolomeo, contrabbasso dozzinale d'orchestra, guardava con rispetto misto di ammirazione quel ragazzo di vent'anni, che dava dei concerti, e ch'egli credeva destinato ad un immenso avvenire.

— Ah, lo stile! — interrompeva il violoncellista — hai ragione. La Patti lo ha castigato, la sua misura è ineffabile, il suo accento sicuro. D'accordo; bisogna saper disegnare per essere pittore, ma il colore è più che il disegno, e il colore stesso non è che un elemento dell'arte. La vita sola, mio caro, chiamala anima, realismo o idealismo, tutte parole inutili, che spiegano male il secreto; la vita sola è tutta l'arte.

Ma si fermò come sorpreso da una interna contraddizione. Rimase un istante concentrato, indi proruppe quasi stizzosamente:

— Credi tu che la Patti sia un genio? No, perchè allora sarebbe troppo grande. Essere stasera Violetta per diventare domani sera Rosina nel Barbiere, poi Ofelia nell'Amleto, poi Dinorah, poi Margherita nel Faust, poi Amina nella Sonnambula: mio caro, ma allora è un fondere Verdi con Rossini, Rossini con Thomas, Thomas con Meyerbeer, Meyerbeer con Gounod, Gounod con Bellini: e nota che dietro Verdi c'è Dumas, dietro Rossini Beaumarchais, dietro Thomas Shakespeare, dietro Gounod Goethe, dietro Bellini c'è Romani, e quindi non c'è nessuno. Sarebbe troppo, ed è impossibile. La sua piccola testa dovrebbe contenere tutta la sostanza di quei cervelli creatori, se la magìa del canto le venisse da coscienza di ingegno drammatico. Ella non ne sa niente.

— Che! — esclamarono tutti in coro.

— Silenzio! Non m'interrompete — gridò con gesto vivacissimo, levandosi in piedi e cacciandosi più innanzi coi gomiti fra i bicchieri —. Credi tu che Salvini sia arrivato al fondo dell'Amleto, egli che lo fa come nessuno al mondo lo ha mai fatto? O Modena, il suo sublime maestro, che declamando Dante spingeva l'impudenza del proprio genio fino a fingersi Dante medesimo nell'atto d'improvvisare quei versi, come se Dante li improvvisasse, e si arrestava correggendoli: credi tu che Modena abbia sorpreso il processo del genio dantesco? Parla con Salvini di Shakespeare, e sentirai che genere di analisi: leggi ciò che Modena ha scritto su Dante, se vuoi comprendermi, e comprenderai che nessuno dei due artisti ha capito i due poeti. Eppure li rendono, e forse nè Dante, nè Shakespeare, assistendo alle loro recite, li avrebbero rinnegati. Perchè? Mistero. Cantanti, comici, suonatori, non comprendono mai quello che fanno; qualche volta lo sentono e nullameno lo rendono male; più spesso non lo sentono, e lo rendono benissimo. Quando la Patti fugge singhiozzando fra le quinte, la prima cosa, che le presentano, è un bicchiere di acqua o di vino per risciacquarsi la bocca; ecco per la sincerità della sua emozione drammatica. È la voce, il gesto, la fisonomia, è un arcano inesplicabile, che crea questi artisti, i quali muoiono senza provare quasi mai nessuna delle emozioni o delle idee, che destano negli uomini d'ingegno. La Patti possiede questo segreto: la sua voce ha le flessioni di tutti i sentimenti, le gradazioni di tutte le espressioni, lì, pronte al minimo cenno, sopra qualunque parola. Rossini si vantava di poter mettere in musica anche la lista del bucato, e ci sarebbe riuscito; la Patti, se vuole, ti farà piangere con uno stornello da osteria e col più sciocco. Rossini è un genio intellettuale, la Patti è un genio fisico. Qui sta la differenza.

— Come si accordano allora?