— Cioè gargarismo e gorgheggio, d'accordo — intercettò ancora Bodoni.
— Sia come vuoi; ma quelle del finale del primo atto...
— Ah, non me lo dire! Sì, ecco le variazioni: ciò è giusto, è sublime. Io firmo, io, e non vario per questo. Ma che accento in quegli scatti, che legature di orefice fra quegli sbalzi di tono e in quel rimescolamento di note! Ma questo è vero, questo è ancora canto, e non vocalizzo! Ti ricordi la Donadio nella Sonnambula? E c'è chi la paragona alla Patti! Morte alla Donadio, a questa bella donna, che pare una fattora e deve avere, sono io che te lo assicuro, un'anima più grossa del corpo della Patti. Il suo rondò finale nella Sonnambula, che faceva delirare al Corso, è un affare di cariglione, o, se ti piace meglio, non è più un pezzo della Sonnambula, ma uno squarcio d'esercizio.
— È troppo! — esclamò il violinista rattenendolo con un gesto di pacificazione.
— Sì, ciò che dissi anch'io quella sera; è troppo! — replicò l'implacabile Bodoni con accento di scherno — ma il pubblico allora applaudiva in delirio, e stasera è quasi rimasto freddo ai gorgheggi della Patti. Giustissimo: Berlioz, Beethôwen, Donizetti, che muoiono quasi nella miseria, mentre Marchetti, che ha musicato il Ruy-Blas di Hugo peggio che Garibaldi non abbia scritto il proprio sbarco dei Mille, morirà nelle ricchezze guadagnate.
Lascia stare Garibaldi — disse severamente il clarinetto entrato nella disputa: — tu non sei neanche degno di nominarlo.
— Come tu di averlo avuto generale a Mentana quando sei scappato. Niente: io sono aristocratico. Se i repubblicani arrivassero al potere, forse la loro prima legge sarebbe di abolire la dote dei teatri per distribuire ai poveri i diecimila franchi della Patti. Io che invece sono aristocratico, preferisco la musica ai poveri. Probabilmente per l'onore dell'umanità, la tua repubblica del dovere non sarà mai che una prosa fredda come quella di un processo verbale, la forma più bassa della letteratura, mentre la musica è la cima più alta dell'arte. Se ti dicessero stasera: sta in te, puoi fare la repubblica o avere la Patti? Ebbene, tu sceglieresti la repubblica, infelice clarinetto, e anderesti in piazza con un'altra guardia nazionale a stonare l'inno di Garibaldi, che è brutto. Ricordati, patriota repubblicano, che l'inno austriaco di Haydn è sublime. Se tu fai la repubblica, io ti abbandono Niccolini, che è degno di cantare i vostri inni democratici, e mi tengo la Patti. Bartolomeo, tu sei un uomo onesto: giurami che sei del mio gusto, e che accetterai la Patti piuttostochè la repubblica.
Una risata clamorosa accolse questa diversione su Bartolomeo, che sbattè gli occhi in segno di assenso.
— Pensaci, mio caro Bartolomeo, se vuoi diventare il suo amante, perchè sei vecchio e il tempo stringe. La Patti non è bella come femmina, ma è talmente elegante come donna, che Cremona, il pittore milanese, le ha proposto di farle un ritratto, sedotto dalla intonazione della sua toeletta. T'immagini tu di essere il suo amante, nel suo magnifico appartamento di Parigi, perchè sono sicuro che ne ha uno magnifico, dopo averla veduta in teatro fra il delirio del pubblico, sopra una bufera di desiderii: sapendo che fra un'ora ella ti aspetterebbe in un gabinetto di raso, e che quattromila persone si farebbero tagliare a pezzi per entrarci in vece tua. Ciò è superbo. Ecco la vita, mio povero clarinetto repubblicano: posare i piedi dove gli altri arrivano appena colla fronte, possedere ciò che tutti desiderano, e magari gettarlo. La tua repubblica è una livellazione, una pianura: io pittore preferisco il paesaggio accidentato della montagna, io uomo adoro le cime e vi pianto sempre i miei castelli fantastici. Se fossi come te, mio grande Bartolomeo, l'amante della Patti, vorrei un gabinetto di raso cilestro, mi coricherei sopra un divano colla pancia in aria, e vorrei che ella mi si accovacciasse daccanto sul tappeto come una cagnina. Allora chissà a che cosa si pensa. Ma in mezzo alle tue distrazioni non avere che a dirle: Adelina, accendimi il sigaro, e cantami il finale del Trovatore, la frase più bella di Verdi, la frase più sublime di Eleonora: ed ella, che la canterebbe per me solo, come in teatro e meglio. Tu sai la mia stranezza: io adoro la voce senza accompagnamento di sorta, perchè mi pare che il linguaggio vero sia così. L'Adelina mi canterebbe sul capo come a Manrico, e all'ultima nota, colla sua leggerezza di prima donna, che ha migliorato sul palcoscenico la naturale facilità di cadere, mi si rovescerebbe addosso, gettandomi un bacio dentro la bocca. Così.
E accompagnando il fatto alle parole, si avventò alla faccia di Bartolomeo, che lo aveva ascoltato a bocca aperta, e vi soffiò dentro come sopra una candela.