E intanto che questi pensieri gli battevano sul cervello, aveva acceso un altro lume. Attese, origliò. Adelaide non si andava a letto. Allora si arrestò discutendo seco medesimo se dovesse dirle qualche buona parola: ma a mezzo la riflessione si accorse di essere egli dal lato della ragione e di avere ricevuto in compenso un sacco di contumelie. Infine il torto era di Adelaide. Però una voce segreta gli diceva con insistenza sempre maggiore di picchiare al suo uscio. Naturalmente Adelaide doveva aver sofferto dello sfregio, in teatro, dove i pettegolezzi sono così facili e pungenti; bisognava compatirla, le donne sono sempre donne. Tornò ad aspettare: la sua bontà avrebbe voluto, ma il suo coraggio non osava; tentennò, si ammonì, si spinse due o tre volte verso quell'uscio chiuso, che in quel momento rappresentava il più grande ostacolo di tutta la sua vita. Era molto tardi, aveva quasi freddo. L'aspetto del focolare e degli arnesi tenuti con estrema pulizia lo commossero; l'Adelaide era pure una brava donna. Forse le avrebbe dovuto maggiori riguardi in tale critica circostanza, giacchè colle donne non è mai questione che di tatto. In quel momento la sua grossa faccia di contrabbasso esprimeva un imbarazzo pieno di benevolenza, che avrebbe commosso un nemico. Finalmente la bontà del suo cuore trionfò della timidezza del suo carattere, e camminando sulle punte dei piedi, colla circospezione d'uno scolaro, che vuole origliare alla porta del maestro, venne ad incollare l'orecchio alla fessura dell'uscio. Però malgrado tutti gli sforzi di leggerezza lo scricchiolio delle scarpe lo aveva tradito. Un fruscio di abiti usciva dalla stanza. Si sveste! pensò Bartolomeo, e credendo il momento buono, picchiò discretamente alla porta: ma quasi contemporaneamente, come risposta collerica, che non lascia nemmeno esaurirsi la domanda, uno stivaletto lanciato a tutto braccio venne a percuotere proprio dove egli si appoggiava colla fronte.

La sua anima era così disposta alla benignità d'un accomodamento, che fu miracolo se non gli cadde la candela di mano. Si drizzò pallido, e sempre indietreggiando sulle punte dei piedi, tornò alla tavola. Pareva prostrato. Una malinconia improvvisa venne da tutti gli angoli della cucina, nella quale aveva sorriso a tanti pranzetti, e che in quel momento era tornata fredda come prima quando, vivendo solo, non vi accendeva mai il fuoco. Abbassò la testa. L'altro stivaletto gettato collo stesso impeto, invece di battere nella porta, urtò nel canterano e produsse un suono secco: intese il letto scricchiolare sotto il peso di Adelaide, che vi si rannicchiava ferocemente, sentì il suo soffio smorzare la candela, e rimase colla propria in mano guardando. Aveva tuttavia il paltò nelle braccia, il largo cappellone in testa. Sospirò, poi, scuotendo malinconicamente il capo colla rassegnazione della buona gente che crede di disarmare il destino accettandolo, andò verso l'uscio della propria camera, e vi sparì. La cucina restò abbandonata come un campo di battaglia, dal quale ambe le parti si erano ritirate negli accampamenti.

Ma a letto il pensiero gli tornò sulla Patti. Sentiva ancora la sua voce, vedeva ancora la sua gracile e pallida figura muoversi stancamente sul palcoscenico in una penombra mortuaria, con un'aureola di martirio sulla fronte; e, mentre il cuore gli si tornava giovanilmente ad intenerire, la Patti rientrava nella scena sorridendo sotto la grandine degli applausi, disinvolta come una regina, amabile come una fanciulla. Allora tutto il pubblico subiva il prestigio della donna dopo aver provato il fascino dell'artista, e l'onda del desiderio di tutti arrivando al cuore di Bartolomeo lo bagnava entro una spuma mordace. Invano Niccolini, preso per mano la Violetta, veniva ad opporsi all'impeto della marea; la tempesta raddoppiava di violenza, e investendo quel bianco fantasma di donna, lo portava sempre più in alto, come quelle larve di nebbia, che dondolano mollemente in fondo all'orizzonte marino. Bartolomeo pensava alla Patti. Tutti i sarcasmi sguaiati di Bodoni e le infamie dell'Adelaide gli suonavano alle orecchie. Le aveva intese susurrate tutto il giorno, le aveva lette nei giornali velate dalla forma più trasparente dell'indiscrezione, abbigliate colla frase più ipocrita d'un complimento: poi le aveva ascoltate la sera nell'orchestra, le aveva colte nel pubblico, finalmente Bodoni le aveva disciplinate in una teoria paradossale e l'Adelaide denudate nel più cinico impudore. Ma la Patti usciva radiosa da quella bruma d'improperi. Egli non ci credeva. Forse l'amore di Niccolini non era vero, forse era la pietà d'una grand'anima d'artista per questo infelice tenore, vicino a perdere la voce senza essersi acquistato un patrimonio. Fors'anco la Patti lo amava, ma se la ragione intima di questo amore gli sfuggiva, doveva esserci, e degna di una donna, che arrivava col proprio genio all'altezza dei genii più eccelsi. Giammai donna aveva potuto cantare così. La Malibran, egli non l'aveva sentita, e nullameno era sicuro che a quei tempi dovevano contentarsi di poco. E quell'ultimo sogno tratteggiato con causticità così voluttuosa da Bodoni gli fluttuava sul letto, riempiendogli la camera di luce. Essere la Patti o essere il suo amante era troppo anche per un sogno. Essere giovane, perchè la Patti per lui, malgrado ogni verità, non aveva che venticinque anni; essere bella e cantare a quel modo! Nessuna regina aveva un regno più vasto o un popolo più innamorato. Tutti i giornali bruciavano per lei gli incensi più odorosi, la gente si pigiava alle porte del suo albergo, si schiacciava nei suoi teatri; molti avrebbero rubato per comprare un biglietto di loggione, i milionari le gettavano i diamanti come fiori, i sovrani andavano in camerino a baciarle la mano. In nessun paese del mondo vi era una donna come lei. Ma essere il suo amante era ancora più bello. Qui la sua immaginazione si perdeva. Solo, in quel letto a due posti, non pensava più all'Adelaide e non sentiva più la realtà della camera. I suoi desiderii non si formulavano ancora, ma le immagini più bislacche si accendevano e svanivano nel suo cervello come fosforescenze di legno imputridito, che, imitando il bagliore delle gemme, vibravano nella notte incomprensibili sorrisi. In quell'aurora boreale della passione tutti gli oggetti e tutti i colori gli si confondevano; Niccolini e la Patti non erano più che una luce ed un'ombra, un canto ed un accompagnamento, che passandogli per l'anima, se la trascinavano dietro. Egli non sapeva bene se vegliava o sognava.

La mattina si era già scordato di tutto, ma attese invano che l'Adelaide gli portasse il caffè a letto, una delle ultime e più voluttuose abitudini della sua nuova vita. Si alzò avvilito, poi sentendo rumore nella cucina, così come si trovava, in manica di camicia e in ciabatte, finse di aprire sbadatamente la propria porta: nello stesso momento, quasi il suo pensiero fosse stato penetrato, l'uscio dell'altra stanza si rinserrava, e la cucina restava deserta. Il focolare era spento, un fornello acceso. La cocoma del caffè vi gorgogliava spumeggiando. Egli non osò trattenersi, ritornò nella propria stanza, e uscì di casa senza aver visto l'Adelaide. Appena fuori la regolarità delle abitudini lo calmò al punto, che entrando nel caffè aveva già il solito sorriso per i camerieri. A colazione lesse tra gli amici abituali un brillante articolo del Panzacchi sulla Patti, poi rimase solo, rilesse l'articolo, lo confrontò coll'altro della Gazzetta dell'Emilia, andò verso i giardini. A quell'epoca non c'erano ancora i tramways. Vi rimase fin tardi, poi ritornando s'incontrò fortunatamente in Bodoni. Quel giorno era vestito di un paltò incredibile, giallognolo di crema, sul quale la sua piccola testa smorta, senza quella barbetta tosata rabbiosamente alla Enrico IV e macchiata di rossiccio e di castano, sarebbe parsa una cimasa di latte e miele. Ma era serio.

— Vieni a pranzo con me — gli disse a bruciapelo.

A Bartolomeo si allargò il cuore.

Il discorso cadde naturalmente sulla Patti e sugli articoli dei giornali, che Bodoni trovava nauseanti d'imbecillità. In nessuno, nemmeno il tentativo di un'analisi, tutti s'erano tratti d'impaccio rovesciando sul capo dell'artista i superlativi più strani; così chi aveva capito aveva capito.

— Invece — seguitava con accento severo — hanno gratificato Niccolini di complimenti velenosi. Anzi tutto questo amore potrebbe essere una invenzione sciagurata, ma quando pure fosse una realtà, il pubblico non avrebbe a ridirvi. Che importa se una grande artista ama un genio o un idiota, un sovrano o un paltoniere? La Patti non è la Patti, che sulla scena, e allora Niccolini scompare nel proprio personaggio tenorile: fuori essa è libera d'avere, e non può a meno di averli, tutti i gusti della femmina e le incongruenze della donna. Chi deciderà del gusto? L'eccessiva raffinatezza coincide colla brutalità, o se non vi coincide sempre, vi si allea sovente. Il selvaggio e il gastronomo preferiscono le bistecche crude: il facchino non cerca che la carne nelle donne; in Oriente, dove la voluttà fu più profondamente studiata, la carne è rimasta l'unico pregio delle donne. Se la Patti ama Niccolini, forse è nella regola del genio. Le nature volgari trovano facilmente qua e là il proprio ideale; le nature superiori se lo formano nella disperazione d'incontrarlo, e lo incarnano nel primo venuto. Che io getti dunque un mantello di porpora sopra un manichino di pioppo o di amaranto, il mantello solo dà al manichino quel paludamento da re o da regina, sul quale vengo a deporre i miei baci o le mie corone. In questa creazione dell'amore fra creatore e creatura non vi può essere giudice, poichè il giudice vede cogli occhi del corpo, e il creatore con quelli dell'anima. Sai tu perchè i giornali stamane celiavano educatamente su Niccolini? Perchè la folla non tollera superiorità, colle quali non possa avere contatto, e accusando la Patti di amare Niccolini, ha creduto di bollare il suo genio col marchio della natura femminile. Se nella Patti la donna fosse pari all'artista non sarebbe più donna. Ma la folla affermando la gran legge, che non vi siano individui slegati nella serie della vita e il genio non debba essere immune dalle nostre infermità, non sente che l'istinto invidioso del rettile contro il volatile, dell'anitra contro l'aquila.

Bartolomeo, cui la conclusione troppo filosofica del discorso aveva imbarazzato, non ne gustò meno per questo l'assennatezza del principio, e avrebbe quasi voluto rinfacciargli i paradossi della sera innanzi, se il timore di qualche altra scarica non l'avesse rattenuto. Bodoni sembrava malinconico: Bartolomeo glielo disse.

— La Patti mi fa male. È triste, mio caro, avere ventiquattro anni, capir tutto e capire per giunta che non faremo mai nulla. Fra vent'anni io sarò come te. Che cosa ti è accaduto nella vita? nulla. Che cosa mi accadrà? nulla. Tu almeno non capisci; perdonami, mio buon Bartolomeo, questa insolenza che t'invidio: io debbo invece morire di freddo al sole.