Alla fine udii una voce pietosa e quasi materna che mi rivolse queste parole:
—Perchè piange, se è lecito domandare?
Così cominciammo a parlare, ed io raccontai tutta la mia disavventura, dalla questione delle Olimpiadi a quell'espulsione feroce, la prima grande sventura della mia vita.
Ella ascoltava. Un grazioso sorriso di meraviglia e di pietà balenava sulle sue labbra. Il volto, un po' chinato, mi si faceva sempre più da presso: un volto pallido, ambrato, fine, strano, delimitato da un velo nero che si inarcava sulla fronte: perchè all'infuori di quel volto bianco, di due nude bianche mani, tutto era nero: tutta chiusa ella era in una veste nera. Ma non ne emanava alcun fantasma di morte o di lutto; ma come un profumo esotico e forte.
A quel profumo anzi io sentivo sobbalzare l'anima mia stranamente, e quasi sbocciare come sbocciavano le gemme della pianta che si allargava sopra il mio capo. E ciò mi dava un senso di nuovo piacere, che nasceva dal mio dolore.
Diceva ella ogni tanto:
—Oh, che roba! Che orrore! Pauvre enfant!
Poi con volubilità che quasi mi offese, mi pregò che le spiegassi quella storia delle Olimpiadi.
Che cosa le potevano interessare le Olimpiadi?