—Le mosche?

—Sì, come ho il piacere di dirvi: se non c'erano le mosche, io sarei rimasto—forse—ancora romantico ed idealista, e non avrei fatto la discreta carriera politica che voi, bontà vostra, esaltavate poco fa. Quel lurido e petulante animale mi ha inoculato il virus del positivismo. Una reazione, quasi fulminea, è sopravvenuta, ed improvvisamente la mia vita ha deviato come un treno, a cui lo scambista toglie, con un colpo di leva, la direzione: dà un sobbalzo e poi fila, precipita verso nord invece che verso sud. Vi può interessare?

Il mio giovane amico rispose gentilmente:

—Moltissimo.

Io allora gli offersi una sedia, una sigaretta e, richiamando alla memoria cose antiche, proseguii. Alla vostra età io amavo una signora polacca, di Varsavia, anzi di Varsovì, come ella diceva in un suo gergo, mescolato di polacco, di francese e di italiano.

—Ci siamo col solito amore!—disse l'amico.

—Ma, benedetto Iddio, questo dovreste saperlo: senza l'amore e senza la donna non esisterebbe nè romanticismo, nè positivismo, nè lirica, nè epopea, e tutto questo benchè la donna sia un fenomeno triste. Ricordate la conclusione dei Nibelunghi?

—Nemmeno per sogno.

—È un'espressione notevole. I Nibelunghi terminano con queste parole: «perchè l'amore porta in fine disgrazia».

—Era questa vostra signora una conferenziera Pro-Polonia?