—Mai più. In che lingua doveva conferire? Era una splendida, lattea, placida creatura bionda, di quel biondo tenero come di spiga non baciata bene dal sole; anzi vi dirò che quella bellezza nordica aveva così conquistato il mio animo che non soltanto il color bruno ardente delle bellezze nazionali, ma lo stesso color falbo delle nostre donne, mi pareva un'imperfezione di natura. Ella era inoltre così squisitamente monda e detersa che dalle sue carni lattee io sentivo esalare un perpetuo profumo di pervinca e di mughetto; e gli occhi suoi grandi, quasi squarciati, di un azzurro dolcissimo, sotto due archi di ciglia perfetti ed evanescenti, mi immergevano nello stupore di un sogno, da cui uscivo talora fremente e con queste terribili domande: «E come finirà questo amore? Come farò io a palesarle il mio affetto? E palesato pur anche il mio amore, dopo che avverrà?»
—Allora un amore ideale...
—Altro che ideale, romantico, vi dico: anzi nessuna dichiarazione d'amore era avvenuta. Ella era donna per bene, madre di due graziosi bambini a cui io facevo da bambinaio, perchè la servetta era una smemorata, un'arfasatta, come sovente sono nei nostri paesi.
Suo marito, uomo di molti affari, viaggiava per l'Europa, ed aveva lasciata la sua signora a curarsi in una piccola, modesta stazione balnearia, dove ella aveva preso a pigione una villetta solinga presso il mare, e dove io l'avevo, naturalmente, seguita. Permettete che continui la descrizione: Il suo mento era di un ovale perfetto e la sua piccola bocca, a cuore, era la sola cosa rosea in quel volto. Il naso, quello sì, era poco perfetto: un piccolo nasetto rivolto in su, ma vi dirò: i nasi aquilini e forti delle nostre donne, con sopra le dense corrusche ciglia nere, spesso congiunte, che sono così caratteristiche fra noi, mi spiacevano tanto al confronto che mi chiamavano in mente il becco delle civette e le ciglia dei bachi da seta.
—Parlavate della Polonia?
—Mai più: ella era una donna placida, come vi dissi, e si parlava di cose placide: delle mie cacce, dei bagni, di cose da mangiare, tanto più che io la aiutavo nelle compere presso gli avidi e zotici nostri rivenditori, che avevano, anche allora, l'abitudine di mettere sugli stranieri una tassa di soggiorno mediante un sovrapprezzo sui commestibili. Del resto, la cucina italiana le gradiva moltissimo, e se ne parlava. I pròcoli (broccoli) fritti le piacevano assai. I nostri vini leggeri, razzanti, erano una deliziosa pìpita (bibita). Sospirava Napoli dove era stata parecchio tempo. A Naple semper trovate tante buone gente. Ma le pizze di Napoli la turbavano, al ricordo.
Ella mi affidava il suo portmonè (portamonete), e andavamo coi bimbi a far la spesa. Si comperava la pulpa di manzo per fare il buglione (brodo); e trasaliva di gioia con tutta la chioma flava, come una fanciullina, quando vedeva nei panieri: Keste pikkel cose fini fini (queste piccole cose fine fine), le ziligi (ciliege).
—Dio, come era volgare!
—Tutto è relativo; e poi a quel tempo non era di moda l'estetica. Vi ho detto che era placida, ma aveva anche lei i suoi momenti di lagrime e di commozione: per esempio quando il marito la avvertiva che lui non poteva tornare, perchè era chiamato per affari a Parigi. Lambiva con le belle mani i suoi piccini: «Povres enfants! Kante (quando) un ome (uomo) promette, deve mantenire» (mantenere). E diceva ciò assai gravemente.