Guardai il cameriere: esso stava col naso in su, soddisfatto di sè, intento alla disinfezione mattutina del detto naso. Questa non è una specialità milanese, ma dei lavoratori della mensa in genere. Ma allora mi parve una specialità milanese, come la busecca. Uscii naturalmente senza toccare cibo.

***

Girai tutto il giorno per trovare una stanza d'affitto che non avesse l'apparenza atroce di essere io in balìa di un'affittacamere. Ebbi la fortuna di trovare una cameretta pulita, in una via relativamente silenziosa. La mia finestra dava in un cortile grigio, quadrato. Quattro pareti grige, ma pulite, si innalzavano per altri tre piani e sprofondavano per altri due. In fondo, alcune piante di bambù si allungavano nella nostalgia dell'azzurro. Io le guardai con un affetto fraterno.

***

Passavo lunghe ore alla finestra a dipingere, ed ero così assorto nel mio lavoro che non mi accorsi che di fronte a me, a venti metri di distanza, una figura di giovinetta passava, ripassava, era intenta a fissarmi. La guardai anch'io. Essa si era messa con la testolina appoggiata sulle palme della mano, e mi pareva che le sue labbra mormorassero: «Cattivo, non vi accorgete che da tanti giorni vi guardo?»

Certamente—pensai—è una cameriera, una sartina, una ballerina, io non so bene. Ma qualcosa di volgare deve essere per fissarmi con tanta insistenza.

Risposi tuttavia al saluto. Un giorno mi fece un cenno vivace, come a dire: «Abbiate la cortesia di aspettare».

Aspettai.

Scomparve un momento, riapparve: diede una occhiata rapida per osservare se dalle altre finestre poteva essere scorta, se vi era qualcuno; poi rapida, risoluta, graziosissima, sollevò un foglio grande come quelli da disegno. Se lo collocò davanti alla faccia.

C'era disegnato in nero un gran V geometrico.