È il dramma psicologico di un cretino: e il cretino, lo intuisci subito, sono io. Credi tu che uno, perchè è artista, non possa essere profondamente cretino? Credi tu che uno, perchè è pittore e sente il colore, non possa essere un cieco della vita reale?

Io sono un cieco della vita. Ascolta.

Dieci anni addietro questa barba orribile non era nata: fra le mie scarpe ed i miei calzoni esisteva un'intesa di eleganza e la mia cravatta svolazzante era come una bandiera di giovinezza. Ero astemio. I miei capelli fiorivano sul mio capo dolcemente al tepore della mia anima sciocca, ma sensitiva. Io giungevo per la prima volta a Milano così sicuro di essere accolto nel Grande Hôtel della gloria, come il mio primo quadro era stato accolto all'Esposizione di Brera: le poche centinaia di lire che avevo in tasca, mi parevano un capitale a fondo illimitato, come si legge nelle Società di banca, «capitale a fondo illimitato». La prima impressione di Milano non fu piacevole. Era un mattino grigio di febbraio; e già quel verde crudo della campagna sotto il cielo basso che gemeva di pioggia, mi pareva un colore stonato, disteso da un cattivo pittore. Le case, le strade, tutto mi pareva precipitare verso una tinta unica: un grigio caffè e latte. Perchè uno è imbecille? Perchè ha i sensi che fanno vedere e sentire tutto falso.

Era il mattino. Avevo negli occhi il risveglio nel mattino della mia Venezia, in piazza San Marco. San Marco balena d'oro; è tutto animato come una trireme antica in voga piena. Poi abituato al fetore delle alghe e di altre cose stagnanti, l'assenza di quel profumo mi pareva rendere l'atmosfera priva di un elemento necessario alla respirazione. Vi sentivo invece un indistinto lezzo di coloniali, droghe, zafferano; come un odore dell'anima mercantile della città. Il dialetto, questo terribile dialetto lombardo con quelle desinenze cupe, in oeu, u, uh, uuh, mi scoteva i nervi, e mi pareva che tutti si fossero divertiti a rivolgermi delle parole scortesi. Oh, invece, il risveglio della mia Venezia! batter di zoccoletti, scandere di parole cadenzate, musicali, come su di un'antica spinetta. Provai un bisogno di fuggire ancora, di imbarcarmi sul primo treno in partenza. Ma poi pensai: E la conquista della gloria? e il mio quadro all'Esposizione?

Avevo una fame da poeta; e proprio in quell'ora un ristorante si apriva.

—Avete niente di pronto?

—La busecca.

—Ah sì, la busecca!

Mi stava in mente l'idea che la busecca fosse una sorta di manicaretto raro; un cibreo delicato, aristocratico, asciutto, finamente rosato, servito in un piattino, o tegamino di bel metallo.

Mi vidi portare davanti una tazza da brodo, soverchiata da un liquido giallastro purulento. Dentro vi nuotavano delle anse intestinali lardacee. Ne concepii un terrore macabro.