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Noi abbiamo tenuto corrispondenza epistolare per quasi un mese. Le sue lettere erano scritte tutte con alti caratteri in punta; esatte, regolari, e contenevano un loro profumino delicato, e la loro immancabile enorme viola fresca del pensiero, fermata con uno spillo e un nastrino all'angolo superiore sinistro. La sua ortografia era precisa, la sua prosa non priva di fioriture letterarie, nate non da lei, ma appiccicatele dalla maestra di letteratura. Le espressioni sue, sue di lei, invece balzavano fuori da quelle convenzionali, misurate, calme, positive, concludenti: tutto il contrario di quello che si poteva supporre dopo quell'assalto di torpedine: Vi amo!

La prima lettera fu naturalmente la sua, ed il ragionamento, così della prima come delle seguenti, seguiva questa linea di logica: «Voi—parliamoci chiaro—non mi amate se non forse un pochino per vanità. Io vi amo invece davvero, e ve l'ho dichiarato. Per quante prove io vi portassi che sono una signorina per bene, voi non ci credereste: non negate. È una disgrazia; ma mi crederete in seguito. Siete disposto a sposarmi? I miei genitori sono molto severi, ma mi vogliono anche molto bene. Io ho ventidue anni, ma non intendo di fare niente senza l'approvazione dei miei genitori. Potete dare, come non dubito dal caro volto che avete e che amo tanto, buone referenze di voi? Se sì, ditelo presto e l'affare è fatto».

Era stata allieva di qualche scuola di ragioneria, la signorina, per trattare l'amore così alla spiccia?

La signorina era carina: e ti confesso che se l'avessi veduta su di un balcone di marmo a Venezia, intenta a interpretare l'azzurro interminabile della laguna, io mi sarei chiamato felice di una così rara ventura. Invece io la vidi un giorno, quasi da vicino, in un grande negozio: slanciata, bella, elegante in un grembiuletto di seta, tutto quello che vuoi; ma ritta accanto ad un libro mastro. Era il negozio paterno. Esso era immenso, pieno di commessi, e ne esalava quell'odore di droghe, caucciù, medicinali che mi pareva l'odore di Milano. Il sorriso, che lei mi lanciò dietro il libro mastro, si impregnò di drogheria, di ragioneria. Ma che importa la ricchezza! Che importa la miseria!—dissi fra me—Non è la Miseria la divina introduttrice nel vestibolo della Gloria? Almeno così avevo imparato nei romanzi e anche nei libri di scuola.

Allora avrei dovuto lasciarla: una bella lettera d'addio, e tutto finito. Ma io, uomo inconcludente, oltrechè cretino, non sapevo decidermi. Non per amore, sai, ma così, per quella impotenza morale, che ho alfine riconosciuta come mia proprietà inalienabile: e un po' per egoismo, perchè mi confortava il sapere che, nella città tumultuosa e grande, esisteva un piccolo cuore che palpitava per me; fosse pure un cuore di ragioniera.

Un giorno mi scrisse e diceva così: «Sentite, per lettera vedo che non c'intendiamo. Proviamo ad intenderci a voce: mi vedrete così anche da vicino. Alle ore sette trovatevi nella chiesa di via X***. Entrate in chiesa: a quell'ora la chiesa è deserta; potremo parlare.»

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Un piccolo raggio di sole si riverberava sulle alte cime delle piante allora rifiorenti nei giardini pubblici per cui lei doveva passare per recarsi in quella chiesa. La vidi arrivare in fatti. Era in compagnia di una sua governante o domestica che fosse. Vestita di scuro con una veletta scura sul volto: dietro turgeva la massa bionda dei capelli. Mi vide. La sua testolina si inchinò insensibilmente, ed un piccolo cenno della mano mi fece capire: «Seguitemi a distanza». Le sue scarpette facevano scricchiolare i sassolini dei viali, deserti a quell'ora.

Allora vidi bene i suoi piedi. Io, l'essere più sprovvisto di fondamento, avevo delle idee estetiche assolute, sui piedi delle donne. Io pensavo ai piedi di lei e ad un'altra cosa che mi si era fissa in mente.