Ma non bisogna dimenticare che le mani della signora Fanny erano deliziose e rare; e un po' i profumi, un po' la pelle, un po' lo splendore languido delle turchesi e degli anelli, accoppiato col pallido corallo delle unghie, fatto è che quelle mani esercitavano una tale seduzione, che il signor conte fu più che scusabile se ne subì il fascino irresistibile.

Gentiluomo campagnolo, il signor conte, bruciato dal sole, riarso dalla vita faticosa dei campi e della caccia, col sangue grosso e caldo di un uomo che—quando arrivava a sedere nel tinello della sua villa—li faceva suonare sì gli ossicini dei pollastri, e un fiasco di vino della sua vigna (oh che vino!) gli andava giù come ridere; un uomo—dico—in quelle condizioni, al posar le sue grosse e arse labbra su quelle mani, aveva provato l'impressione indimenticabile di ingoiare un sorbetto di vaniglia o di ananasso.

Ora, tutto il resto della signora Fanny era—almeno per gli occhi e pei sensi del signor conte—nella relazione di quella mano: una donnina profumata, signorile, languida, che pareva avesse la virtù di attaccare alle vesti la emanazione carnale di se stessa. Ora se una mano soltanto dava questa sensazione di piacere, che cosa avrebbe dato l'intera signora Fanny?

Il signor conte si ammalò di questa malattia di assaporare la signora Fanny per intero, e l'infezione giunse a tal punto che fu necessario l'intervento del matrimonio.

Ma ci furono dei guai seri e delle difficoltà da superare.

Il signor conte, ohimè! rasentava il peso di un quintale: ora appariva da molti segni poco probabile che la signora Fanny volesse accettare il matrimonio con un uomo di quelle proporzioni. Inoltre il signor conte portava le camicie di flanella coi colletti rovesciati: aveva l'antiestetica abitudine di legare le mutande su le calze, per modo che bene spesso si scorgevano giù pendere i legacci: ignorava—almeno a giudicar dall'esterno—l'uso degli stiracalzoni; e non soltanto fumava degli orribili mezzi toscani, ma, quel che è peggio, giungeva al punto di tagliuzzare con un coltello da tasca un mezzo toscano, ne imbottiva la pipa e fumava come un plebeo.

Aveva altre abitudini rozze e contadinesche, che non concordavano niente con la sua nobiltà. Per esempio, fra le otto e le nove del mattino, dopo tre o quattro ore di caccia o di sorveglianza ai lavori agricoli, era per lui un gran piacere far colazione, all'ombra se era estate, al sole se era inverno, nelle più umili osteriuzze di campagna in cui s'imbatteva, e mangiava quello che c'era, come un muratore: quattro soldi di tonno cosparso di pepe e un mazzo di cipolline fresche, e, se v'erano operai, manovali, carrettieri, villani, parlava con loro da pari a pari, tranne che a lui aggiungevano un signor conte, ma un signor conte così alla buona e consuetudinario che passava inavvertito. E d'altronde se quel tonno con la cipolla piaceva tanto a lui come a quegli altri, che bisogno c'era di far tante distinzioni anche nel resto?

Nella casa del signor conte non esisteva una table à the, anzi credo che quanto al tè preferisse una buona tazza di camomilla; e infine attorno alla sua mensa non girava nessun muto e impassibile cameriere, ma la stessa cuciniera si staccava dai fornelli per mettere in tavola, così com'era, con il grembiule. Ed essendo oramai solo e senza nessuno, arrivava d'estate al punto da mangiare anche in maniche di camicia.

Però di tutte queste ultime cose la signora Fanny non aveva che un lontano sospetto, come ignorava la predilezione di lui per la minestra di fagiuoli col lardo; o di ceci, con i quadrettoni di cruschello ben grossi, che si sentono sotto i denti.

La signora Fanny era in quell'estate ospite in villa di una cospicua famiglia, la quale era in buoni rapporti di vicinato e confinante per proprietà coi beni del signor conte; e per tal modo si erano conosciuti.