Ma se il conte ci riusciva ad offrire le quaglie e le starne, ad offrir se stesso non ci riusciva: trattare con donna Fanny era per lui un'impresa seria: si imagini come offrire la scomposizione e ricomposizione di un orologio alle dita di un carrettiere. Ne parlò ai comuni amici, i quali ne parlarono alla signora Fanny.

—Rimaritarmi, io?

La signora Fanny non faceva questione del conte o di altri: faceva questione semplicemente del verbo rimaritarsi. Come è naturale, donna Fanny faceva presente l'ombra di Sicheo, voglio dire del defunto colonnello, il quale era inutile che fosse stato così buono, così cavaliere, così compiacente di morire, se la vedova si doveva legare con altri. Il vero è che lei non vedeva nessuna necessità di queste seconde nozze. Sarebbe come offrire una seconda licenza ad uno scolaro: ma è la prima quella che è necessaria, il porro unum della carriera.

Così per le donne: è il primo marito che è necessario.

E poi quel dover rinunciare alla pensione che quel povero colonnello le aveva lasciata, a lei pareva quasi un delitto di ingratitudine.

E infine, perchè non dirlo? Il suo primo marito era stato troppo buono, troppo cavaliere, troppo delicato in tutto, così che lei si sentiva come un pochino viziata.

—No, amico, credetelo, vi farei infelice—diceva al conte.

Ma se tutti gli impedimenti erano questi, egli, il conte, poteva garantire che sarebbe stato tanto buono, tanto docile, tanto delicato anche lui.

—Sì, ma poi voi siete troppo colossale, mio Dio! Vi pare che staremmo bene vicini l'una all'altro?

A questa terribile domanda, il povero conte non sapeva che rispondere; ed era tanta la desolazione che si dipingeva sul suo viso, che donna Fanny ridea di gusto, e da allora cominciò a pensarci su. Le donne—come è ben noto—hanno l'istinto della redenzione, e fu appunto per questo che nel cervello della signora Fanny entrò, non l'amore propriamente, ma l'idea di redimere quel povero conte: compiere come una missione di bene.