Probabilmente i due innamorati avrebbero seguitato a fumare, anche senza permesso.
La ragazza sorrise, cioè distese in su le estremità delle rosse labbra e socchiuse i suoi grassi occhietti. Il giovane, invece, aggrottò le ciglia, e parve pensare se quelle parole contenevano l'offesa di una ironia. Ma no! Allora sorrise anche lui, e ringraziò.
Poi si stabilì un certo scambio di parole fra le due coppie di commensali.
Aspettando che il cameriere portasse in tavola, la ragazza fece conoscere meglio alla mimma quei gnomi di terracotta che ornavano la terrazza, in figura di vecchietti ridenti, barbuti ed incappucciati; e le spiegò che quei coboldi incappucciati non mangiano le bambine, nè buone nè cattive; ed infine le mostrò l'imagine sua di angeletta deformata nelle spere di vetro. Ciò fece molto ridere la mimma. E il signor Aurelio fu molto riconoscente alla graziosa grisette.
Poi vennero i maccheroncini fumanti nel pomidoro nuovo e nel burro: venne la minestrina leggera per la mimma, ed allora ognuno badò ai fatti suoi.
Ma poi accesa la sigaretta, lui e anche lei, lui, il bel giovane, disse al signor Aurelio:
—Eppure, veda, caro signore, vi sono dei brontoloni, specie certi vecchi barbogi e puritani, che in una sala di albergo si scandalizzano se trovano una coppia, così come noi, tête-à-tête, che fa all'amore. È invidia. Creda, tutto invidia.
—Certo è invidia, invidia dormente—rispose l'uomo filosofico.—Io però non la provo affatto. Io provo un altro ben diverso sentimento quando vedo due giovani, come voi due, avidi,... avidi di confondere il loro essere in un essere solo.
—Mi piace la frase—disse il giovane.—Ma tu, Argia, non ne hai capito niente, vero?
L'Argia sosteneva che aveva capito benissimo, e poi, disse: