—Sì, certo: Gian Franco Marchi, specialista per le malattie del cervello. Deve essere venuto qui apposta per un consulto al senatore X***. Sarà una visita in extremis, ma era d'obbligo.
—Allora—disse il signore—noi ci siamo conosciuti, e molto bene, in collegio. Egli era di due corsi avanti di me. Un giovane di valore, ricordo benissimo: uno dei pochi che si son fatti strada senza ciarlataneria. Sapete, amico mio, che è una cosa curiosa?—e pareva un po' rasserenato.—Noi nella vita moderna ci perdiamo spesso di vista, di nome, di tutto, peggio che nel deserto. Accade poi, un bel giorno, di vedere nel giornale un necrologio e allora diciamo: Io l'ho conosciuto quell'uomo! Ma non siamo più a tempo per andare a stringergli la mano.
—Lo dica a me che sono rimasto solo come un fungo...; e non me ne pento ormai più—sorrise fra sè l'omarino.
—Vi dispiacerebbe di portare, ma subito, un biglietto al Grande Hôtel? Se il Marchi non c'è, aspettate. Se domattina presto non può, mi fissi a che ora vuole, stasera, un appuntamento.
Il signore si mise a scrivere.
L'omarino si levò la manica di lustrino e andò ad infilare il vecchio pastrano a pipistrello e ad avvolgere il collo, le orecchie, la nuca nella fascia di lana.
—Si trova da per tutto quest'accidente! io domando come si fa a non avere male di testa con quest'accidente!
Lo prese con delicatezza, come fosse stata una macchina infernale, diabolica.
—Un chilo e mezzo deve pesare!